Una notte da Clochard

Clochard

Stazione: Viaggio tra gli “Invisibili“…

31 dicembre 2012. La notte di San Silvestro non è necessariamente sinonimo di cene, discoteche e spensieratezza, anche se per me lo è sempre stata. Ho vissuto, almeno fino a “quella” notte, senza guardare, da dentro, la cruda  realtà  che mi circondava.

Così, quando un amico mi chiese di andare con lui alla Stazione Centrale a portare da mangiare ai senzatetto, mi venne quasi da ridere, ma alla fine accettai, quasi per  fare qualcosa di “inusuale”, un diversivo tra i tanti.

Ebbi modo di entrare nel mondo dei cosiddetti “Invisibili”, e fu un’esperienza indimenticabile. Un Universo parallelo, una dimensione fatta di disagio, tristezza ed emarginazione.

Inaspettatamente sentii l’esigenza di ritornare più volte, volevo ascoltare, volevo dare. Poi   presi una decisione che i più definirono folle, ma che volli con tutte le mie forze: trascorrere una notte insieme ai “Clochard”, in Stazione.

E’ il 29 maggio 2013, e di giacigli ce ne sono tre: uno in sala d’attesa, uno nel sottopassaggio ed uno al primo piano della Stazione Marittima.

I pendolari si lamentano per la situazione di degrado: “E’ questo il biglietto da visita della nostra città?”. Ma Giulio, messinese di 47 anni che dorme in stazione da ormai 5 mesi, ribatte: “E’ vero, io dormo qui, anzi, ci vivo. Ma che colpa ne ho? Non posso permettermi una casa. Mio figlio è morto a 16 anni in un incidente stradale, e mia moglie se ne è andata con un altro uomo. Mi ha lasciato solo debiti.”

Esco  e mi siedo su una panchina a parlare con Rifca, rumena di 41 anni costretta a vivere da “Clochard”: “Sai perché i politici non vengono mai da noi? Perché sanno di non poter contare sul nostro voto. Nessuno ci tende una mano.”

Entrambi lanciano un appello: “Viviamo senza alcuna certezza. Non siamo degli emarginati della società, è la società ad averci lasciati da soli.”  La notte trascorre in un lampo, e mi ritrovo all’alba inspiegabilmente ricco di emozioni. Mi allontano, dirigendomi verso la mia vita “normale”, ma so che non potrò mai dimenticare.

Fabrizio Bertè

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