Messina, la perla del Mediterraneo

Occhi impauriti. Occhi sognanti. Occhi di un bimbo che cresce di stenti. Occhi di un giovane che sogna un futuro lontano anni luce dall’attuale realtà.
La realtà che valica anche il muro della disperazione e, sempre più spesso, si accinge ad oltrepassare pure quello della fame.

Questo è quello che resta di una città martoriata, svergognata, umiliata, tradita: Messina. Un luogo dimenticato da quello stesso Cristo che ha preferito fermarsi ad Eboli. La città dello Stretto. La porta per il Mediterraneo e quella per la Sicilia, la terra più bella del mondo. Quella che un tempo rappresentava un punto d’incontro per greci, turchi, spagnoli ed arabi.

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Una panoramica della città dello Stretto



Il tramonto di Capo Peloro. L’alba di Cristo Re. La vista da Dinnammare. Una città divisa tra lo Stretto ed i monti Peloritani. Il volo dei gabbiani che incrocia la navigazione dei traghetti. La Madonnina del porto che benedice gli abitanti. Uno dei cimiteri un tempo più grandi e belli d’Italia. L’immortale passione per il calcio delle migliaia di sportivi che, nonostante le difficoltà, spesso economiche, ogni domenica seguono le sorti del Messina in quella cattedrale nel deserto chiamata “San Filippo”.

Il profumo di palazzi storici in passato occupati da inquilini sbagliati, da chi ha mostrato – più di una volta – di non amare la propria terra. La voglia di cambiamento delle nuove generazioni che mal si coniuga con quella degli attuali cittadini. La rabbia e la voglia di rivalsa di chi, dopo aver studiato nell’Ateneo peloritano, ora comprende come la sua laurea valga tanto quanto quella di uno studente del Burundi – con tutto il rispetto per gli amici africani – .

Senza dimenticare il Policlinico Gaetano Martino, “eletto”, pochi giorni fa – e con grande merito – , penultimo ospedale d’Italia. Eppure c’è chi non vuole arrendersi. C’è chi, tra mille difficoltà, prova nel suo piccolo a cambiare le cose. C’è chi raccoglie lo sporco lasciato sulle spiagge dai propri concittadini. C’è chi prova a “ripulire” i palazzi dal vecchio modus operandi degli inquilini, venendo per questo criticato.

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La Madonna della Lettera, patrona di Messina

E poi c’è chi si sacrifica ogni giorno per sognare e per permettere ai propri figli di continuare a sognare. Una madre che esce di casa all’alba facendovi ritorno quando ormai è sera, con la schiena a pezzi e gli occhi gonfi. Un padre separato che cerca di regalare felicità, spesso rinunciando alla propria serenità. Un nonno che si emoziona tenendo stretta la mano del suo nipotino: il futuro.

Messina, un covo di sogni e speranze. Una realtà da vivere, da far rivivere, da comprendere e, spesso, da giustificare. Una città che deve tornare a sorridere. Una terra che tornerà grande solo se i suoi abitanti ricominceranno ad amarla. Non credere che ciò sia possibile significherebbe essersi arresi, aver tradito le proprie origini. E noi, noi messinesi di domani, noi che rappresentiamo il futuro, questo non lo possiamo permettere.

Nonostante la mafia e la n’drangheta, il cancro della mala sanità, le raccomandazioni all’Università, i pochi posti di lavoro ed un silenzio assordante dettato da un raro egoismo ed autolesionismo tutto Made in Sicily, tornerà a splendere il sole.
Quello stesso sole che nel giugno scorso, grazie ad un uomo in bicicletta e dalla lunga barba, è tornato a far capolino negli occhi di tanti giovani convinti che la città dello Stretto possa davvero tornare ad essere la perla del Mediterraneo.

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I laghi di Ganzirri e la frazione di Torrefaro, dove il Tirreno incontra lo Ionio

“Conosci la terra dei limoni in fiore, dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, dal cielo azzurro spira un mite vento, quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse? Laggiù, laggiù io andare vorrei con te, o amato mio!” (Messina per J.W. Goethe – 1787).

Hermes Carbone

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