La crisi non è un caso

Giuseppe PirasIndubbiamente stiamo affrontando un periodo di grande crisi, non solo economica, ma anche morale, sociale e spirituale.

A parlare di questo spigoloso argomento sarà Giuseppe Piras (nella foto), già nostro ospite della sezione ‘Pensieri sparsi‘.

Siamo ormai nel 2014 e invece di trovare un miglioramento stiamo notando e soprattutto vivendo sulla nostra pelle un graduale declino.
Non ritengo di essere uno studioso, uno scienziato, uno storico né un economista, ma semplicemente un cittadino come tanti che vuole dare voce ai propri pensieri.

Già da un po’ di anni la politica ha iniziato a frammentarsi sempre di più in numerosi partiti anche contraddittori con l’intento o con l’inganno verso il popolo, di risollevare la situazione attuale italiana.

Negli anni ’60-’70 godeva l’esistenza dello stereotipo che gli italiani del meridione venissero a cercare lavoro al nord con la speranza di arricchirsi facendo le sanguisughe dello Stato (non pagare le tasse e in generale infrangere in silenzio alcune regole che un cittadino comune dovrebbe rispettare).
Oggi, secondo alcuni, i colpevoli sono gli stranieri per aver rovinato la Nazione portando delinquenza, rubando lavoro al prossimo e creando una concorrenza talvolta schiacciante come ad esempio il caso delle attività cinesi.
Da quando sono arrivati questi ultimi, molte attività si son trovate in serie difficoltà a causa dei prezzi estremamente bassi: i cittadini, in particolare, preferiscono acquistare un prodotto molto più economico e scadente, piuttosto che un altro di qualità, ma con un prezzo nettamente superiore.
Uno dei tanti problemi degli italiani è la fobia di spendere a causa delle improvvise tasse che piovono dal cielo senza preavviso, di conseguenza per evitare di ritrovarsi senza soldi da un giorno all’altro, preferiscono risparmiare dal minimo centesimo che possiedono in tasca.
E’ un discorso delicato e complesso per puntare il dito e dare un giudizio tagliente perché, chi tocca con mano la propria situazione, si trova costretto a scegliere prodotti stranieri piuttosto che quelli italiani, che risolleverebbero la nostra economia.

Ma se questo fattore non avviene, non è per mancanza di rispetto verso la nostra Nazione. Andando a logica: Chi non vorrebbe uscire fuori dalla crisi?
Purtroppo questo volere può essere più grande delle nostre tasche e quindi ci sentiamo costretti a trovare soluzioni differenti.
Riprendendo il discorso su chi è contro gli stranieri, io son d’accordo ad accogliere chiunque, purché si comporti bene entro i limiti della legge senza delinquere né commettere qualsiasi tipo di reato o di disturbo dannoso verso il prossimo. In caso contrario sono favorevole all’espulsione dalla nostra Nazione.

Se vogliamo essere ancora più precisi tengo a evidenziare  l’articolo 10 comma 3 della Costituzione italiana:
“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”.
Oltre a questo discorso, c’è da dire che anche tra noi italiani stessi ci creiamo confini con le regioni e qua sorge spontanea la seguente domanda:
Per quale motivo? E aggiungo inoltre:
Forse oltre all’ignoranza ci sarà un significato più arcaico, magari dimenticato, ma bensì presente nella mente di ogni popolo regionale?
Secondo me sì, e ora inizierò a spiegarne i vari motivi a partire dal discorso del non sentirsi italiani, di ripudiare o di vergognarsi di esserlo.
Molti mi risponderanno che storicamente parlando l’Italia è una Nazione giovane rispetto ad altri stati europei e quindi molto probabilmente è ancora precoce per maturare il proprio orgoglio e il proprio amore nei confronti di essa.

Non per cercare spiegazioni basandomi anche sulla psicologia, ma parlando in termini junghiani, ritengo che tutti questi comportamenti siano archetipi impressi in ognuno di noi, perché se analizziamo alcuni piccoli, ma fondamentali aspetti della Storia d’Italia, ci rendiamo conto e forse capiamo per quale motivo al giorno d’oggi siamo così frammentati.
Innanzitutto è visibile anche a livello geografico, basta osservare la cartina dell’Italia per renderci conto di come siamo divisi (ancora peggio per le isole maggiori, la Sicilia e in particolare la Sardegna che rimane completamente staccata dal resto dello Stivale.)

In una situazione simile sarebbe stato ideale avere un sistema governativo come quello degli Stati Uniti, un po’ come volevano Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari durante il Risorgimento italiano, quindi una Repubblica Federale che in sintesi, invece di essere suddivisa in regioni, avrebbe portato ad una divisione in Stati con province autonome, territori autonomi, repubbliche autonome che entro certi limiti si governano autonomamente.

L’Unità è stata voluta da parte dei Savoia che volevano estendere il loro dominio in tutta la penisola, ma trovarono molteplici difficoltà nel meridione che, al contrario di come molti pensano, godeva anni di splendore sotto il dominio dei Borboni.
Nonostante tutto, si imposero il più possibile per ottenere ciò che volevano, ma questo comportò delle stragi di cui ancora oggi vengono in gran parte nascoste, come il “Lager di Fenestrelle” dove venivano rinchiusi e uccisi tutti i ribelli del Sud che non volevano riconoscere Vittorio Emanuele II come Re anche sul loro territorio.

A ciò si aggiunse il saccheggio di tutto il meridione impoverendolo quasi completamente, di conseguenza iniziarono a sorgere organizzazioni mafiose, camorriste e ‘ndranghete, ancora oggi presenti in tutta quella area geografica e non solo.
Un altro punto da fissare è proprio questo, lo stereotipo comune che tutti i meridionali siano corrotti.
Dopo aver fatto tutto questo discorso storico arrivo finalmente alla conclusione e al motivo di questo titolo dell’articolo “La crisi non è un caso”, fermo restando che sto analizzando solo un aspetto della crisi secondo un mio ragionamento.

Essendo una Nazione ancora giovane (quasi 153 anni), non abbiamo mai avuto modo di sentirci veramente uniti forse anche perché tra noi siamo troppo diversi, le uniche cose che ci accomunano sono:
l’utilizzo della lingua italiana diffusa ovunque anche nei paesi piccoli più remoti di qualsiasi regione e le gestioni dettate dal nostro Governo che ci rappresenta come pagare le tasse, andare a votare e così via.
Se le cose che ci accomunano possono risultare ancora troppo lontane per sentirci veramente italiani uniti, oggi, ormai da alcuni anni a questa parte, si è aggiunto un fattore che sta attraversando l’intero Paese: la crisi.

Che cosa significa questo? Significa che siamo tutti nella stessa situazione, siamo tutti arrabbiati perché non riusciamo a vedere una via d’uscita, eppure continuiamo imperterriti a crearci confini tra di noi.
Ovvio, per fortuna non siamo tutti così, esiste anche quella cerchia di gente che non sta a guardare se uno è di Milano, Cagliari o Trapani! Però forse sono troppo pochi!
Il motivo è semplice, se la maggioranza ragionasse in modo democratico nel vero senso del termine di uguaglianza sociale, la barca andrebbe avanti con più braccia che remano a favore. Invece siamo arenati perché quei pochi non sono sufficienti per spingere in avanti.

Non abbiamo bisogno di una rivoluzione, le due guerre mondiali ci hanno dato l’ulteriore dimostrazione che uccidere non serve a nulla, per sopravvivere non è necessario mandare persone al macello. Abbiamo delle armi più forti di qualsiasi cosa, la mente, la voglia di cambiare e migliorare il proprio futuro e questo non sta dentro una cartuccia, non sta dentro un cannone come nemmeno in qualsiasi tipo di arma.
Se si parla di rivoluzione sono d’accordo, ma che sia intellettuale.
La soluzione è dentro di noi! Dobbiamo solo essere uniti una volta per tutte e finalmente da lì non ci vergogneremo più nel dire che siamo italiani, essere orgogliosi di appartenere a un popolo che ha saputo abbattere il muro della crisi con la forza della mente.

Giuseppe Piras

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