Migranti – Messina non è una città razzista: ecco AXUM

Mario Bolognari

Prof. Mario Bolognari

Fuggono a migliaia da guerre, povertà e disperazione, attraversano il Mediterraneo e, se fortunati, riescono a raggiungere le coste italiane grazie alla Marina Militare, impegnata dall’ottobre scorso nel progetto Mare Nostrum. Ma è questa la forma migliore di aiuto da dare ai migranti?

Delle forme di aiuto promosse da decine di messinesi attraverso AXUM, dell’emergenza immigrati a Messina, e di tanto altro, ne abbiamo parlato col professore Mario Bolognari, ex sindaco di Taormina e docente di Antropologia culturale presso l’Università di Messina, in una lunga intervista rilasciata in esclusiva per Il Nuovo.

Professore, cos’è AXUM?
“L’Associazione AXUM, di cui sono vicepresidente, è stata fondata a Messina nel ’99 dal presidente Roberto Brunetto, italiano di crescita ma etiope di nascita.
AXUM nasce come un organismo apolitico composto da volontari che si ispirano al valore della solidarietà tra popoli, prefiggendosi l’obiettivo di diffondere una cultura di tolleranza, giustizia, pace, servizio e promozione sociale verso la popolazione etiope per un cammino di autosviluppo che consenta agli etiopi di poter costruire da sé il proprio futuro, senza la necessità di emigrare. Il nome dell’associazione deriva dalla città sacra degli etiopi.
Roberto e suo fratello, dopo essere cresciuti alla “Città del Ragazzo” di Gravitelli, hanno deciso di tornare in Etiopia per aiutare, in primis, i bambini: dagli studi fino alle adozioni a distanza”.

Qual è la situazione che si trovano ad affrontare i bambini in Etiopia?
“Molti piccoli restano soli o per la morte dei genitori – spesso affetti da AIDS, che nel Paese contagia circa il 15% della popolazione, ovvero 12 milioni di persone – o perché abbandonati alla nascita.
Tanti bambini nascono ciechi, malati o fisicamente deformati per via di problemi igienico sanitari e per la mancanza di vitamine anche nel latte materno.

Tanti bambini per un piccolo pasto: Etiopia

Tanti bambini per un piccolo pasto: la triste realtà etiope

Una volta cresciuti, questi bambini si radunano in bande, un po’ come in Sud America, anche se i piccoli etiopi non seguono il fenomeno del banditismo infantile, più radicato oltreoceano. Essendo senza controllo, i bambini sono esposti a violenze e forme di sfruttamento ad opera di molti adulti. I rischi maggiori li corrono le bambine che no studiano: vendute, sposate ancora piccole ed in mano a gente senza scrupoli; non c’è da stupirsi se poi scappano da queste realtà. C’è un dato interessante che sfaterà molti miti circa le malattie che colpiscono tutti, per sfortuna: i figli provenienti da famiglie analfabete si ammalano più dei figli provenienti da famiglie che hanno studiato. AXUM ha salvato centinaia di bambini in questi anni, tutti con risorse raccolte a Messina.
Oggi, in una Etiopia che cerca di modernizzarsi grazie ad un governo rivoluzionario, il PIL cresce ogni anno del 9-10%, e la scolarizzazione è più che quadruplicata negli ultimi anni”.

Cosa ha fatto concretamente AXUM fino ad oggi?
“Da quando sono arrivato, nel 2007, abbiamo mandato soldi per garantire il diritto allo studio di questi bambini, per mantenere attiva in loco l’Associazione, per assumere tutor che garantissero una corretta forma d’istruzione e vigilassero sulle adozioni a distanza.
Considerando i rischi che si corrono con delle adozioni internazionali dirette – spesso difficoltà di adattamento – noi di AXUM abbiamo sempre optato per adozioni solo a distanza, anche per creare le possibilità di un futuro in Etiopia.
Abbiamo costruito delle aule studio e, sempre a partire dal 2007, si è deciso di avviare una ricerca etnoantropologica a Shala, oltre ad operare in campo sanitario: abbiamo portato medici italiani, farmaci per garantire le cure essenziali – farmaci che oggi vengono non più trasportati dall’Italia ma acquistati in Etiopia per via dei prezzi bassissimi – , fatto vaccinazioni, comprato e trasportato strutture ospedaliere da campo per operazioni chirurgiche che, altrimenti, avrebbero costretto la popolazione a spostamenti di centinaia di chilometri. A Shashamane, una cittadina in cui l’unico ospedale serviva più di 4 milioni e mezzo di abitanti, AXUM ha stanziato 60.000 euro per costruire una sala operatoria, già operativa, trasportandola dall’Italia grazie al finanziamento della Regione Sicilia – che ha stanziato 80.000 euro – al Ministero degli Esteri – che ci ha messo a disposizione tre container e garantito la spesa per gli spostamenti – e facendola montare a tecnici giunti direttamente da Messina, che hanno rinunciato alle loro ferie per lavorare gratuitamente in Etiopia. Le autorità locali devono solo garantire la manutenzione ordinaria di questi macchinari, la formazione per l’uso delle strumentazioni le garantiamo anche noi. Ma sappiamo che il nostro lavoro è solo all’inizio: vogliamo continuare ad approfondire gli studi per conoscere meglio questa popolazione, grazie anche ad una ragazza che ha ottenuto il dottorato di ricerca in Antropologia all’Università di Messina ed oggi lavora in Etiopia”.

In quanto associazione cristiana, AXUM ha mai avuto problemi a rapportarsi con gli etiopi?
“Nonostante la regione in cui abbiamo operato fino ad oggi sia a prevalenza musulmana, con grande indipendenza amministrativa, con una lingua ed una scrittura addirittura diverse dal resto dell’Etiopia, non ci siamo mai trovati in difficoltà a rapportarci con la popolazione locale. La religione è rilevante nella vita delle persone, non sul piano politico. Nel governo in carica ci sono ministri religione cristiana e musulmana che convivono tra di loro senza problemi”.

Bolognari in uno dei suoi dieci viaggi etiopi

Bolognari, vicepresidente di AXUM, in uno dei suoi dieci viaggi etiopi

C’è interesse da parte delle nazioni più ricche affinché l’Africa continui ad essere il continente più povero al mondo?
“Credo su questa vicenda non si debba banalizzare, ma la risposta alla domanda è sì.
Ne ho avuto la prova, ad esempio per quanto riguarda i farmaci. Molte ONG ed Onlus comprano i farmaci in Europa e li trasportano in Etiopia: questo ha rovinato il rapporto della popolazione col sistema sanitario nazionale.
Mi spiego: i farmaci, fino ad oggi, sono spesso stati regalati alla popolazione, che quindi adesso pretende di averli gratis, anche se in loco il prezzo dei farmaci è davvero accessibile quasi a tutti. La produzione di farmaci in Africa è fortemente osteggiata; si preferisce comprarli in Europa o negli USA, a prezzi più elevati, che garantiscano palate di soldi alle case farmaceutiche, per poi pagare anche i costi del trasporto.
Nel ’98, il presidente americano Clinton fece bombardare una importantissima fabbrica farmaceutica nel Sudan dove venivano prodotte, a basso costo, medicine contro la malaria – che uccide circa 2 milioni di bambini l’anno – , giustificando il gesto con motivazioni quanto meno sospette come la produzione di pericolose armi chimiche nella stessa fabbrica. So che c’è un totale disinteresse a portare in Africa strutture che permettano un’indipendenza africana dal resto del mondo”.

Tutto questo, però, produce inevitabilmente un’emigrazione di massa verso l’Europa.
“Considerando un Paese come l’Etiopia con 80 milioni di abitanti, anche ne partissero 100 mila l’anno, non sarebbe mai considerabile come fenomeno di massa.
Dal nostro punto di vista è un fenomeno di massa, ma per loro è qualcosa di naturale lasciare il proprio Paese; lo facevamo anche noi italiani nell’800, quando sbarcavamo in America con una valigia legata con gli spaghi, ma in molti – forse troppi – devono averlo dimenticato”.

Considerando la parentesi fascista, in Etiopia è ancora presente un’influenza italiana?
“In sincerità, mi aspettavo molto di più. L’Italia, appunto, ha rappresentato solo una breve parentesi per questa popolazione. Il fascismo è ricordato in primis dagli intellettuali come fatto culturale, storico, politico in generale molto negativo, ma la maggior parte della popolazione non sa nemmeno cos’è l’Italia né chi sia Mussolini. Qualcuno parla italiano, ma non c’è una diffusione della nostra cultura in Africa. È un peccato: sarebbe stato semplice per l’Italia mantenere un rapporto privilegiato con questo Paese, così come con l’Eritrea, per degli scambi culturali propositivi, ma anche per delle collaborazioni politiche al pari di inglesi, francesi e olandesi con le loro ex colonie.
Credo che dopo la guerra ci sia stato un rifiuto al voler mantenere i rapporti con l’Etiopia perché questa avrebbe sempre richiamato al Fascismo, che è stato aspramente combattuto dai governi instauratisi in Italia dopo la seconda guerra mondiale”.

Cosa pensa del progetto Mare Nostrum?
“Il progetto è la risposta all’effetto. È una cosa che va bene, ma non risolve né affronta nessuno di questi problemi. È un servizio di soccorso per evitare che ci siano morti nello Stretto di Sicilia. Stop”.

Ministero dell'immigrazione ad Addis Abeba, affollato giorno e notte

Ministero dell’immigrazione ad Addis Abeba, affollato giorno e notte

Qual è la sua opinione sulle migliaia di clandestini che sbarcano in Sicilia e transitano anche nei centri di prima accoglienza di Messina? “Credo che quello degli sbarchi sia un fenomeno difficilmente controllabile. Come è risaputo, è tutto in mano alla criminalità organizzata, che nel tempo ha guadagnato cifre spaventose. La debolezza delle vicende politiche del nord Africa hanno ulteriormente aggravato la situazione. Questo flusso di persone è composto di tante cose: ci sono quelli che sbarcano per cercare un lavoro; quelli che non riescono ad ottenere un visto e ritornano in qualche modo nel nostro Paese, pagando cifre notevoli agli scafisti; quelli che considerano l’Italia suolo di passaggio per il nord Europa; i profughi che potrebbero ottenere asilo politico in base alla Carta dei Diritti Umani.

Mi chiedo, dunque, perché non regolamentare a priori questo espatrio da parte dei profughi, evitando di far arricchire le organizzazioni criminali, evitando di farli morire in mezzo al mare e concedendo o non concedendo loro lo status di rifugiato politico già nelle ambasciate presso cui fanno richiesta nei loro paesi?
L’unico modo per arginare il fenomeno è quello di trovare degli accordi con i governi locali, ma la debolezza politica degli stessi, al momento, non rende questa una via percorribile. Un’immigrazione regolare e controllata permette di ottenere benefit da parte di chi arriva e da parte di chi accoglie.
Se uno volesse partire dall’Etiopia, dove esiste un governo stabile, ci sono file interminabili di gente che dorme anche fuori dal ministero che rilascia i visti per partire, nella speranza di ottenere un pass per l’Europa. Chi mangia insieme alle organizzazioni criminali?
C’è da dire che si tratta comunque di un problema di difficile risoluzione: 750 milioni di persone vivono in nazioni con un reddito superiore alla media, i restanti 4 miliardi no. A questi ultimi cosa fai, gli spari?”

@HermesCarbone

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