“Io, studente che lavora in un call center per non essere chiamato bamboccione”

C’ho pensato su prima di scrivere questa lettera, ma poi ho deciso fosse giunto il momento di raccontarvi la vita di un giovane studente all’interno di un call center. Io sono un ragazzo italiano di 24 anni, studente universitario e, appunto, lavoratore. Mentre studio per la laurea magistrale, ho deciso di trovarmi un lavoretto per potermi pagare le tasse da solo, senza pesare sulla mia famiglia, e per avere un po’ di indipendenza.

Ho trovato lavoro in una società di recupero crediti. Attraverso contatti telefonici, cerco di recuperare soldi a clienti che hanno usufruito di prestazioni senza però corrispondere il quantitativo dovuto. Un call center,ma non di quelli in cui si “rompe” alla gente per affibiargli qualcosa. Si tratta di un lavoro per niente facile, che chiede pazienza ed elasticità mentale. Il tipo di rapporto lavorativo è il più usato degli ultimi anni: contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Il cosidetto contratto a progetto.Call center Italia

Non esistono ferie. Non esiste malattia. Non esistono diritti. Puoi essere licenziato da un momento all’altro e non ricevere chissà quante spiegazioni. Si tratta di un lavoro che punta molto sui giovani, che hanno maggiore dimestichezza e rapidità nell’uso di pc e cellulari; in genere, ancora meglio puntare sugli universitari, che hanno ottime capacità di comunicazione e proprietà di linguaggio. Negoziare e trattare con la gente – credetemi – è tutt’altro che agevole come, al di fuori da questo ambiente lavorativo, si possa pensare.

Se devi recuperare crediti, è all’ordine del giorno sentirsi rispondere dall’altra parte della cornetta che “soldi non ce ne sono”, “che si è disoccupati”, “di smetterla di rompere le palle”. Ma questo è il mio lavoro. Io vengo pagato per questo. Fare una pressione psicologica è nel gioco delle parti. Lo stipendio ha un fisso di poco inferiore alle 600 euro, più le provvigioni che riesci ad ottenere in base al recupero. Gli orari di lavoro sono lunghi e spesso le giornate sembra non passino mai.

Come in tutti gli enti privati, però, vi sono possibilità di crescita professionale, seppur non a tempo indeterminato e part time. Ma, in tempi in cui gli studi universitari intravedono molte nubi all’orizzonte, un lavoro del genere è un ottimo compromesso per avere una propria forma economica, se bene non piena e stabile. A conferma di quanto detto, lì con me non ci sono solo altri studenti: tanti laureati, tantissima gente che ha perso il lavoro e, superati gli -anta, ha grande difficoltà a ritrovarlo altrove. Persone che, giustamente, vogliono ripartire.

Per me e tanti giovani magari è solo un inizio, un lavoro che non sarà duraturo nel corso degli anni; ma di questi tempi, iniziare a lavorare e poter dire a se stessi “Non sono un bamboccione, né un choosy“,per dirla come alcuni personaggi politici, è tanta roba. Un saluto al mio amico Hermes, che mi ha proposto di postare la mia esperienza da studente-lavoratore nel suo sito. Spero di aver raccontato una realtà di cui si parla troppo poco ma che, ad oggi, vede impegnati migliaia di italiani e, come ho letto su questo blog, non solo in Italia. Saluti a tutti i lettori de “Il Nuovo – Quello che gli altri non dicono“.

Annunci

One Response to “Io, studente che lavora in un call center per non essere chiamato bamboccione”

  1. Nunzio says:

    Ho lavorato in un call centre nel 2003 come operatore teleselling in outbound.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: