#QuiLondra – I 10 personaggi da incontrare nella tube londinese

Tempo fa, entrando in una libreria, fui attratta dal titolo di un libro: Underground Overground. A passenger’s History of the Tube. L’autore è Andrew Martin, figlio di un ferroviere, che racconta la storia della metropolitana londinese, con un pizzico di sarcasmo ed ironia.image

Sembra quasi che io ed Andrew abbiamo qualcosa in comune: una passione smisurata nel viaggiare “sottoterra”. E non perché ami attraversare Londra come fossi una sardina in scatola, ma luoghi come questi hanno sempre esercitato un forte ascendente su di me.

La metropolitana è un luogo di passaggio, uno di quei pochi, forse l’unico rimasto sulla faccia della terra, in cui è possibile raccogliere in appena sessanta secondi milioni di vite, alla volta di diverse destinazioni, azzerando ogni differenza. L’impiegato, il medico, il cameriere, lo studente, l’insegnante, l’artista. Corrono, scansandosi e sfiorandosi i gomiti. Restano incastrati nello stesso vagone per pochi minuti, curiosando nelle vite altrui senza nemmeno sospettarlo, in silenzio, tra il rumore dei binari, la voce che annuncia la fermata successiva e quel Mind the Gap – letteralmente Attenzione al buco – diventato un’icona della capitale britannica.

Ma chi possiamo incontrare nella tube di Londra? Dopo averne osservati molti, ho deciso di stilare per voi una classifica dei soggetti più interessanti.

Il flemmatico. L’ho incontrato qualche settimana fa, quando la Central Line era chiusa ed ho dovuto trovare una via alternativa per arrivare in ufficio, nonostante fossi già in ritardo. Presumibilmente in ritardo anche lui, in silenzio e con aria rassegnata, tentava di darmi lezioni su come tenere la calma in simili circostanze. Mentre io ero lì ad imprecare ad ogni fermata, dando peso ad ogni secondo che scorreva come fossero ore, sembrava ipnotizzato nel guardare un punto fisso con le sue cuffie nelle orecchie. Inutile dire che il suo tentativo di infondermi pazienza ha avuto il risultato opposto.

Il musicista. Ce ne è sempre più di uno, all’ingresso o alla fine delle scale mobili quasi come per dare il benvenuto, o lungo il tunnel per accompagnare sulle note di un qualche strumento musicale il rumore incessante dei passi. Nessuno ha tempo per fermarsi ad ascoltare. Qualcuno potrebbe pensare che sia una vita di stenti, ma probabilmente se non ci fossero loro ad affollare strade e metropolitane, Londra perderebbe parte del suo fascino ed anche il nostro viaggio apparirebbe stranamente silenzioso.

imageL’artista con il cane. Con una mano trascina un borsone pesante, con l’altra il cane di taglia medio/grande che entra sempre per primo creando un varco tra la folla. Di stile molto hippy, pantaloni larghi, maglia a maniche corte anche in pieno novembre, ricoperto di piercings, probabilmente con capelli lunghi che gli nascondono il viso. Osservandolo mi ricorda il personaggio di Christopher McCandless nel film Into the Wild: giovane, selvaggio, libero.

L’uomo che sgranocchia patatine. Ce ne sarà sempre uno, a qualsiasi ora, che siano le otto del mattino o della sera. Molti londinesi considerano la metropolitana un possibile luogo dove consumare il loro pasto per risparmiare tempo. Non credo che l’uomo che ho incontrato qualche settimana fa volesse consumare la sua colazione con una busta di patatine al formaggio. Era forse soltanto un audace che credeva che nessuno lo stesse osservando. Fin quando l’ho fulminato con un solo sguardo. Ed allora ha riposto la sua bustina nella tasca del giaccone, infilando la mano con discrezione, per prenderne una alla volta. Era troppo tardi: oramai l’odore di patatine al formaggio si era già mischiato a quello di ascelle sudate.

La pupa e il secchione. Può capitare di vederli seduti l’uno accanto all’altro. Un giapponese che sfoglia un manuale zeppo di formule algebriche, fermandosi ogni tanto per fare conti ponendo il dito sulla fronte. Una raffinatissima donnina British, in canotta bianca in pieno inverno, così stretta da mettere in risalto le sue forme abbondanti. Treccine lunghe fino ai fianchi da un lato, testa completamente rasata dall’altra. Sgranocchia patatine leccandosi le dita senza tagliarsi la lingua con le sue unghie perfettamente smaltate di cinquanta centimetri. Due opposti, che però stavolta non si attraggono.

L’alienato. Lo diventa non appena indossa le sue cuffie. Con la mano destra segue il ritmo come fosse un direttore d’orchestra, strimpellando sul giornale che il vicino sta leggendo. Batte il piede sinistro come strumento d’accompagnamento, talvolta pestando quello della graziosa signorina di fianco. Il tutto, nella totale indifferenza dei passeggeri.image

L’uomo che ti chiede il giornale. Forse per la fretta non avrà dato credito a chi te lo offre gratuitamente prima di entrare in ogni stazione. Poi ci ripensa e chiede se il giornale lasciato sul sedile da qualcun altro sia tuo. Tu ovviamente glielo porgli senza nemmeno troppa esitazione. Per poi sbirciare quello del passeggero sedutoti di fianco.

L’audace ubriaco. Max Gazzé cantava “Il timido ubriaco”, ma il nostro personaggio non lo è per niente. Ancora ubriaco da un’intrepida nottata, dorme salivando alcool, colpendo la testa ripetutamente nel vetro, scalciando e con le mani nei pantaloni a scopo auto-protettivo. Vi giuro, l’ho visto.

L’italiano che ti chiede se sei italiana. Generalmente si tratterà di due amici che cominciano a parlare a voce alta sperando ti introduca nel discorso. Quando il loro tempo starà per scadere ti rivolgeranno la domanda: “Sei italiana, vero?” Una volta per svincolarmi dal discorso ho finto di essere una tedesca. Credo abbiano abboccato, perché non mi hanno più rivolto parola. Forse non mi hanno nemmeno capito.

La mendicante che lascia fazzolettini. E’ successo una volta sola. Non l’avevo mai vista nelle metropolitane londinesi e a giudicare dall’inaspettata reazione degli altri passeggeri, credo che loro non sapessero nemmeno di chi si trattasse. Questa donna comincia ad attraversare l’intero vagone, lasciando un pacchetto di fazzoletti accanto ad ogni passeggero ed una richiesta di denaro scritta a mano su di un biglietto. Essendo a conoscenza di questa pratica, ho tentato, sebbene a malincuore, di ignorarla, mentre tutti gli altri sembravano così impreparati da non riuscire a comprendere quale sarebbe stata la cosa più giusta da fare. Quando la donna esce dal vagone, ascolto la voce di un uomo sedutomi di fronte che dice alla moglie: “Ti ricordi quando andammo in Italia quanti ce ne erano?”

In effetti, quella coppia mi sembrava più scaltra degli altri. Istruiamo intere popolazioni per poter essere all’avanguardia, anche nella vita di tutti i giorni nelle metropolitane.
A martedì prossimo.

Antonia Di Lorenzo 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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