#QuiLondra – “A 38 anni ho realizzato il primo trapianto di trachea ingegnerizzata su bambino. In Italia sarei ancora assistente”

Da bambini tutti avranno immaginato Peter Pan entrare dalla finestra della loro stanza per volare via verso l’Isola Che Non C’è. Oggi Il Nuovo invece vi porta al Great Ormond Street Hospital, l’ospedale pediatrico londinese nel quartiere Bloomsbury, cui James Matthew Barrie, autore di questo personaggio letterario, alla sua morte, lasciò in eredità lo sfruttamento dei diritti d’autore, per raccontarvi la storia di un medico e scienziato italiano di fama europea, arrivato oltre La Manica per ricoprire qui un posto d’eccellenza.

Si tratta di Paolo De Coppi, 42 anni, originario della provincia di Treviso, residente a Londra da nove anni, ricercatore e chirurgo primario al Great Ormond Street Hospital, l’ospedale pediatrico più importante d’Europa. Paolo consegue la laurea in medicina presso l’Università di Padova nel 1997. Tra il 1998 e 1999 è ad Amsterdam dove svolge un progetto sull’epatoblastoma. Dal 2000 al 2002 è a Boston dove comincia la sua ricerca sulle cellule staminali nel liquido amniotico terminata nel 2007.image

“L’idea che ho voluto portare avanti è quella di correggere le malformazioni congenite. Io mi occupo di feti e neonati che nascono con malformazioni congenite attraverso la costruzione di tessuti, partendo dalle cellule staminali. Questo lavoro, con le cellule staminali tipo adulto, l’abbiamo già portato in clinica, perchè abbiamo fatto il primo trapianto di trachea ingenierizzata su un bambino qui a Londra nel 2010.”

“Tutto questo richiede un network di ricerca, non è lavoro di un solo ricercatore”, ricorda Paolo, “In Italia ci sono poli di eccellenza in cui si creano questi networks, però è molto difficile per un giovane chirurgo e ricercatore potersi costruire questo tipo di opportunità perché non c’è meritocrazia: chi è in un posto da più tempo ha più diritti di chi è più bravo. Per cui questo porta ad un livellamento verso il basso. Qui è molto più competitivo, non conta l’età che uno ha o da dove viene, ma quello che può fare e che sa fare. Questo porta ad un livello di competitività molto alto ma anche ad una selezione delle persone.”

Sembra quanto confermato da Simone Speggiorin, suo collega, chirurgo del Glenfield Hospital a Leicester, intervistato per Il Fatto Quotidiano, considerato il più giovane del Regno Unito a soli 36 anni, cui avrebbe detto: “In Italia durante la specializzazione non operi, guardi e basta. Finiti gli studi ottieni un diploma, ma non ne sai fare mezzo. Qui durante la specializzazione fai un training di almeno 300 operazioni e se l’ospedale ti prende usi bisturi e ferri, non fai finta. In Italia ti assumono ma non ti affidano pazienti. Non vai a fare operazioni da solo, fino a 45 anni fai l’assistente del professore, decide lui per te e prima di te, in coda, ci sono tanti altri dottori che da anni aspirano a un posto”.

Dopo l’esperienza americana, Paolo torna a Padova e dopo due anni viene contattato dal Great Ormond Street Hospital per iniziare un nuovo programma di ingegneria tissutale: “Ho fatto un colloquio e mi hanno selezionato. Se non avessi avuto in particolare l’esperienza di Boston non avrei potuto concorrere a questo posto. Ad onor del vero, non mi sono trovato in difficoltà rispetto il training ricevuto a Padova, mettendomi nella posizione di lavorare qui senza alcun problema.”

imageE’ difficile dare una percentuale di quanto i medici italiani contribuiscano nel sistema sanitario inglese, ma sono in tanti. Molti vengono come trainee, quindi non con un posto fisso ma solo per imparare per poi riuscire ad ottenerlo in seguito: “Basandomi su esperienze personali, il fenomeno mi sembra in aumento, ma ciò che è certo è che un ambiente che offre maggiori risorse per un medico italiano”, sostiene lo scienziato.

Paolo spera che in futuro il tipo di tecnica da lui utilizzata in UK possa essere sperimentata anche in Italia: “A tal proposito, qualche giorno fa ho incontrato il Rettore della mia università, il quale, in presenza anche dell’Ambasciatore Italiano, ha ringraziato lui come il tutto lo staff di ricercatori italiani a Londra per il loro contributo.”

“Non mi preoccupano gli Italiani che vengono qui a lavorare, siamo in Europa, ognuno può andare dove vuole. Il problema grosso è l’assenza di ricambio. Non ci sono in Italia stranieri che vengono a lavorare in posti di eccellenza. Non se ne vanno via in dieci e ne vengono altri dieci, ma se ne vanno in dieci e non viene più nessuno al loro posto. E questo, a lungo termine, rischierà di impoverire l’Italia.”

Ma il fenomeno sembra essere molto peggiorato: “Sono a Londra da nove anni, e nei primi anni che ero qui mi contattavano persone che avevano intenzione di fare un’esperienza ma che avevano conseguito già un training in Italia, dove molto probabilmente vi avrebbero fatto ritorno. Adesso ricevo messaggi da studenti liceali che intendono trasferirsi in Regno Unito per frequentare l’università. E questo significa perdere una generazione. Persone che vanno via a 30/image35 anni lo fanno per un’esperienza ma tendono a ritornare all’ovile. Chi va via all’età di 18/19 anni è molto difficile che torni, perchè naturalmente si inserisce e diventa parte di un contesto internazionale. Indubbiamente consiglio l’esperienza all’estero perchè oltre ad aprire più strade, apre la mente, ma consiglierei sempre di frequentare in Italia l’università ed evenutalmente un dottorato.”

Paolo sostiene che la cosa importante sia scardinare il sistema di relazioni che sussiste nell’università italiana: “Se tutto è fatto in modo anonimo ed oggettivo le cose funzioneranno meglio. Sono d’accordo sul passo dell’esame nazionale relativamente alle scuole di specialità. E’ vero che ci sono stati dei problemi, ma comunque ha fatto sì che le cose venissero fatte in modo oggettivo. Credo sia un grosso avanzamento, e così bisognerebbe avanzare anche per altri fattori. Per esempio, un posto di professore universitario o di ricercatore dovrebbe essere bandito senza che si sappia già chi sia il candidato.”

Paolo mi lascia con verità che risuonano come propositi speranzosi: “La cosa importante sarebbe attirare gente estera. Il problema è che oramai l’italia viene associata all’idea generalizzata di un sistema in cui per prendere un posto bisogna conoscere qualcuno, che i posti che vengono banditi si sa già a chi vanno. L’assenza di meritocrazia porta le persone altrove. Qui uno che merita va avanti, in Italia invece non è detto. Anche qui, se uno conosce già il sistema in cui va ad inserirsi è facilitato, come dappertutto, ma il punto è che se non merita non va avanti. Mentre in Italia uno va avanti lo stesso.”

Ancora una volta un’intoccabile conferma: Londra è per chi vuole crescere, umanamente e professionalmente. Non per chi non sa dove andare: “Quelli hanno vita breve”, mi conferma Paolo.
A martedì prossimo.

Antonia Di Lorenzo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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