L’Università di Urbino? Vi racconto perché non è poi così diversa da Messina

Vado, mi laureo e torno: la mia Urbino. Partivo con il pullman delle 20:00. Era sempre l’ultimo ad arrivare e ogni minuto di ritardo avrebbe significato l’allungarsi di un viaggio che di per sé sarebbe durato quanto una traversata transoceanica.

Già dal pomeriggio cresceva la tachicardia. Non provavo tristezza per il distacco che non sapevo mai quanto sarebbe durato. La mia mente era invasa da un unico pensiero: il posto accanto al mio, sarà vuoto? Quasi non vedevo l’ora di essere su quel pullman, distesa sui due sedili che sarebbero stati il mio letto per quella lunga notte. Tante volte però, il posto accanto al mio non era vuoto: la nottata sarebbe stata molto più lunga.image

Arrivavo all’ora di pranzo: una salita, una discesa, due rampe di scale e la mia valigia sarebbe passata a filo fra il frigorifero e la brandina del mio monolocale. Una stanza di circa 20 metri quadri e un minuscolo bagnetto. L’unica via d’accesso per aria e luce, se di luce vogliamo parlare, era una finestra che si affacciava su un vicolo del centro storico di una delle città patrimonio dell’Unesco più belle del mondo. Niente forno, niente internet, niente lavatrice, niente tv. Abitando da sola, la sera non sapevo mai cosa fare, così dopo un paio di mesi si rese necessario l’acquisto della tv, poi il forno e all’inizio del secondo anno il materasso. Il bucato lo facevo alla lavanderia a gettoni sotto casa.

Avevo 13 anni la prima volta che visitai Urbino. Il Palazzo ducale nonché Galleria Nazionale delle Marche, le salite e le discese ripide e rivestite di sampietrini, i palazzi imponenti e la sede di una delle Università più rinomate d’Italia. Era deciso, avrei vissuto in quel posto incantato. Dopo il liceo non fu possibile, così frequentai il corso di laurea triennale di Lingue e letterature straniere a Messina.

Tutto sembrava insormontabile. Autobus inesistenti, tram affollati, ingorghi. E poi, professori che non si attenevano mai al numero di pagine previste dal programma, piano di studi zeppo di materie spesso inutili, esami che duravano settimane, file chilometriche in segreteria. Dopo aver conseguito la laurea ho detto basta. Non riuscivo più a sostenere il peso degli esami sempre uguali che si sarebbero ripetuti nel biennio, non riuscivo più a tollerare il contesto messinese che io consideravo asfittico, gretto, stretto. Così per cercare di rendere i miei studi più sfruttabili in ambito lavorativo decisi di indirizzarmi verso il mondo dell’impresa. Trovai il corso di laurea magistrale in Comunicazione interculturale d’impresa proprio a Urbino e mi ci fiondai.

Stupidamente pesavo che avrei trovato un luogo più evoluto da quello di mia provenienza, invece era un paesino. Nessun centro commerciale, un piccolo supermercato in centro, e poi botteghe, botteghine, negozi e negozietti dove trovavi di tutto.

Urbino è una città che si trasforma. Durante la settimana piazza della Repubblica è costantemente gremita di ragazzi che affollano i tavolini dalla colazione all’aperitivo. Nel weekend rimangono solo gli studenti fuori sede che non possono tornare a casa. Nei periodi di festa arrivano turisti da ogni dove, ma è il giovedì sera che Urbino cambia faccia. Centinaia di giovani affollano la piazza, i pub e i locali pompano musica disco. Lo sballo diventa la parola d’ordine, si passa da un locale all’altro bevendo e ballando fino a quando alle prime luci dell’alba di quello sballo non rimangono che bottiglie di birra rotte dappertutto, bicchieri di plastica, urina e vomito. Il resto accade dentro gli appartamenti abitati da studenti: musica, urla, risate, bestemmie. Se avevo toppato in una cosa, di certo era stato di andare ad abitare nel centro storico.

Ciò che da subito mi colpì positivamente dell’ambiente universitario fu la professionalità, tutto emanava efficienza e ottimismo e poi la bellezza delle sedi universitarie. Tuttavia dovetti ricredermi su alcuni punti. Tanto per iniziare in ben due segreterie diverse mi dissero che i corsi sarebbero iniziati più di un mese dopo dal loro reale inizio, cosa non da poco dato che avrei dovuto traslocare in tre giorni in una casa che non avevo. Anche i programmi e le materie spesso si sono rivelati deludenti e i docenti non all’altezza. Tuttavia, i programmi erano molto più snelli, il numero di materie più che accettabile, tutto sembrava fattibile.

Così sono passati due anni durante i quali ho imparato che non sempre il posto che lasciamo è peggiore di quello in cui ci spostiamo, che i docenti son bravi o pessimi dappertutto, che la mentalità della gente del nord non è così così diversa da quella del sud e che forse la differenza la fa il vivere in una grande città o una piccola realtà provinciale. Che abbandonare i propri luoghi e le proprie abitudini forse ci può permettere di vedere sotto una luce diversa le città martoriate dalle quali siamo costretti a fuggire.

Mi resta questo bagaglio di esperienze, un’altra pergamena di laurea appena arrivata e lo smarrimento di chi vorrebbe poter restare, senza sapere come.

Alba Terranova

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