Ho diritto ad essere insoddisfatto del mio lavoro? Eppure vivo a Londra

Quando ho saputo che avrei dovuto scrivere per la rubrica ‘’Pensieri sparsi’’, quasi automaticamente, mi è sorto l’istinto di pescare da quel calderone bollente che è la mia testolina un pensiero che di fatto valga la pena ‘’spargere’’.

Ebbene, ce n’è proprio uno che ho in mente da giorni e che proprio non riesco a mettere da parte. E chi mi conosce sa bene che, quando si tratta di me, tra pensiero e parola è un attimo: è più forte di me, devo parlare.10857845_10202112619455381_8461387704090671994_n

Mi sono trasferito a Londra a gennaio, periodo dell’anno in cui – a quanto pare – è più facile trovare il Santo Graal che un lavoro, persino nel sempreverde business della ristorazione d’Oltremanica.

Fatto sta che il primo di febbraio io sono stato regolarmente assunto in una catena di ristoranti che cucina cibo di provenienza ambigua molto popolare in Inghilterra e nei paesi anglofoni (di cui evito volutamente di fare il nome, ma vi basti sapere che il pollo è l’ingrediente principale di tutti i patti che vengono serviti).

All’inizio tutto un misto di gioia e incredulità: io, proprio io, cresciuto a pane e piccole sfighe quotidiane, sono stato baciato dalla fortuna per una volta nella mia vita.

Manco a dirlo: bacio di Giuda.

Con mia grande sorpresa mi sono trovato davanti a un fallimento preannunciato: c’ho messo poco a rendermi conto che tra me e i polli proprio non c’è feeling. Per un mix di ragioni che non sto qui a spiegare i primi giorni di lavoro sono stati per me un trauma assurdo: ustioni, battibecchi con simpatici manager russi, tagli multipli, mani bruciate e galline carbonizzate. Il tutto accompagnato dal velato disprezzo di chi mi sta attorno e pare non vedere l’ora di farmi fuori.

Pare proprio l’inizio di una trilogia tragicomica: ‘’Cinquanta sfumature di pollo’’.

Ed ecco che cominciano le pippe mentali: ‘’E’ colpa mia, sono un inetto, un incapace, un imbranato cronico senza speranze’’, mi sono detto. Ed ora sono in quella delicatissima fase in cui continuo a ripetermi mi-devo-abituare-mi-devo-solo-abituare. E mentre aspetto di abituarmi il mondo mi sembra un letto di carboni ardenti e io un povero polletto spennato in attesa di essere grigliato.

C’ho provato a non lamentarmi, ma non ce l’ho fatta. Proprio non ce l’ho fatta. Ed ecco che quando provo a dire ‘’Ma forse…sai… non è il migliore lavoro che potessi trovare’’ il mio interlocutore alza la verga e comincia a bastonarmi a colpi di ‘’’Ma comeeeeeeeeeee, sei stato così fortunatoooooo, hai trovato lavoro a febbraio, in una catena, sei messo apposto, ti danno i contributi e bla bla bla’’.Carluccios-Lavoro-Londra

La verità è che difficile ammettere che forse è semplicemente qualcosa che non fa per me. E questa scomoda situazione, alla fine, sarà solo una delle mille lezioni che avrò imparato dagli onnipresenti inconvenienti che costellano la mia esistenza: ecco, grazie a questo lavoro ho capito che da grande non vorrò mai essere il tipo di persona che fa un lavoro che odia. Perché nulla ti rende miserabile quanto trascorrere i tuoi giorni portando avanti un’occupazione che non ti piace. Non condivido l’idea dello sterile ‘’tirare avanti’’, soprattutto se all’avanzare non corrisponde uno scopo da raggiungere, perchè è proprio quella la chiave del progresso: avere un obiettivo.

E probabilmente sono io a non essere all’altezza, ma che non mi si venga mai a dire che sono pigro, viziato o ‘’choosy’’. Io lo ammetto: forse gli altri hanno ragione, e questo è veramente il lavoro migliore del mondo. E fidatevi che tengo bene a mente che col lavoro ci paghi l’affitto, le bollette e l’abbonamento in metropolitana, e che il lavoro è lavoro e non si disprezza. Ciò non toglie, però, che non intendo privarmi del diritto di pretendere qualcosa di più, di cercare qualcosa che per me sia meglio.

Il diritto di fare qualcosa che mi renda felice di alzarmi la mattina o di fare un doppio turno, qualcosa per cui valga la pena passare un’ora e mezza al giorno stipato in un vagone della metropolitana e tornare a casa a pezzi. Mi ritengo la persona meno adatta a dare consigli, ma una cosa a chi si trova nella mia situazione voglio dirla: siate persone, non macchine.

Tenete bene a mente che valete di più di quanto il vostro collega cattivo o il gretto datore di lavoro vi faccia credere. E’ questo il primo passo per ottenere qualcosa di meglio: la consapevolezza di essere il meglio che gli altri possano avere.

Non so come andrà a finire, questa tormentata relazione coi polli, ma nell’incertezza mi tengo pronto a rigettarmi nella mischia… tenendo bene a mente che in questa guerra a colpi a colpi di curriculum il vincitore è solo uno: chi non si accontenta.

Valerio Esposito

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