#QuiLondra – Germanwings: media italiani e britannici a confronto

Da oggi in poi chiunque ci accinga ad entrare in un aereo avrà un solo pensiero ricorrente. Che si tratti dell’equipaggio pronto a sedere in una cabina di pilotaggio, dei passeggeri, in coda al gate o seduti in attesa del decollo, dei loro stessi cari, amici o familiari, che non aspetteranno altro che il momento di ricevere il messaggio: “Sono atterrato”.

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Oggi, come domani, il pensiero sarà rivolto alle 150 persone morte nello schianto dell’Airbus della Germanwings sulle Alpi francesi e ad Andreas Lubitz, il co-pilota tedesco che, stando alle ultime notizie, sembra abbia deciso deliberatamente di disintegrarlo. Ma ad una settimana dalla tragedia, nessuna ipotesi è ancora esclusa.

Non sapremo mai con certezza cosa sia realmente accaduto nella tratta Barcellona-Dusseldorf di quel martedì mattina di fine marzo, che aveva tutte le prerogative per essere un martedì come qualsiasi altro. Né ci saranno scatole nere atte a verbalizzare il sentimento di paura dei passeggeri, annotato semplicisticamente come “urla a pochi secondi dall’impatto”. Di chi, in fondo, siano le reali responsabilità, prima ancora dell’uomo seduto in quella cabina di pilotaggio. Né si riuscirà mai a capire, forse, quanta freddezza e se vi sia stata mai una reale intenzione.

Colpisce tutti. Soprattutto noi, abituati a volare di frequente per tornare a casa a riabbracciare i nostri cari o verso qualsiasi altra destinazione. Soprattutto noi, abituati a viaggiare in low cost per risparmiare, facendo entrare nel nostro bagaglio a mano l’impensabile. Soprattutto noi, perché ci potevamo essere anche noi. Ad urlare, ad immaginare il volto della morte, a pregare. Troppo giovani, ancora troppo inesperti, troppo innamorati della vita, in ogni caso, ancora troppo poco pronti.

Una “tragedia umana” che si presta ad entrare nella lista delle più incomprensibili e che, come noto, ha coinvolto i media di tutto il mondo. Dai Paesi interessati come la Spagna, la Germania e la Francia, agli Stati Uniti. Dalla Gran Bretagna all’Italia. Ma é proprio nel modo di approcciare, analizzare e filtrare la notizia che i media italiani riescono sempre nella stessa impresa, ripetuta per tutte le tragedie, nostrane o di portata internazionale: confezionare (non tutti) la più becera delle informazioni, polverizzando anche il più microscopico granello rimasto di sensibilità.

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All’indomani dallo schianto, “Il Giornale” ha letteralmente scaraventato in prima pagina il volto di Andreas Lubitz attribuendogli il nomignolo di Schettinen: un’ironica trovata che poco si presta allo stile giornalistico ed al tenore di quello che dovrebbe essere un quotidiano (neppure la satira sarebbe arrivata a tanto), per comparare la tragedia Germanwings a quanto accaduto per la Costa Concordia, equiparando il profilo del co-pilota al comandante Schettino. Come se non si aspettasse altro per sputare veleno su di una nazione come la Germania, i cui canali d’informazione a quei tempi fecero di quell’altro tragico incidente carne da macello. Come doveroso.

Tutti i giornali, dal Telegraph al Times, dal Corriere della Sera a Repubblica, hanno spiattellato in prima pagina il profilo psicologico di un uomo, dalla psiche altalenante e disturbata, di cui ad oggi ancora non è possibile tracciare le linee guida che ne ricostruiscano l’identità.

Ma nonostante tutto, quelli che in un altro Paese sarebbero catalogati come “programmi di intrattenimento per casalinghe” mentre in Italia si ergono a veri e propri programmi d’informazione diretti da personale che, sotto falsa definizione dello stesso programma condotto, si avvale di una professione che di fatto non potrebbe esercitare per mancanza di strumenti e competenza, ne dipingono già il profilo psicologico giungendo a conclusioni imprecise ed affrettate, come se il lavoro degli inquirenti non contasse ad un granché. Portando l’oramai nota TV del dolore, ad un livello successivo: far carne da macello della spettacolarizzazione del dolore più intimo, giungendo ai livelli più infimi del pessimo gusto.

Ma è questa, in fondo, una storia tutta all’italiana, dove si allestiscono siparietti di basso tenore, invitando gente pagata per esprimere opinioni, le stesse che poi vengono assorbite dall’audience televisivo, ed alla fine, se uno è colpevole o innocente, lo decide l’opinione pubblica. Perché forse chi ci é dentro dimentica quanto il sistema televisivo possa essere influente e fuorviante allo stesso tempo, o forse fa comodo dimenticarselo.

A tal proposito, sembra che Renzi, nella nuova riforma RAI, voglia adottare il sistema BBC. Attenzione a paragonarle: in Gran Bretagna le nomine sono pubbliche, ci si avvia a lavorare grazie regolari colloqui stabiliti dopo la ricezione di curriculum, attraverso annunci, anche online, chiari e trasparenti.

E se é vero che oramai tutti possono produrre informazione, è pur vero che in alcuni casi è di disinformazione che si sta trattando. In questi giorni è diventato virale un articolo in rete dove l’autore sembri spiegare nel dettaglio l’ipotesi di un complotto, zeppo di incongruenze e di dati falsi, pur sentendosi quest’ultimo a pari livello di un membro della CIA. Ma si sa, sin dall’attacco alle Torri Gemelle, il parlare di complotto sembra essere diventata la sindrome del nuovo millennio e se non lo fai, sembrerà quasi che sia tu lo stupido a non capire che quell’Airbus trasportava armi di distruzione di massa. Sarà, ma l’unica arma di distruzione di massa che posso notare è l’ignoranza nel prendere per veritiero qualsiasi bufala circoli sul web e che inneggi al sovvertimento del sistema.

Ma anche i nostri politici, pur non essendo canali di informazione affidabili ed ufficiali, ci pongono davanti ad un’arguta riflessione.

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Daniela Santaché twitta: Di che origini sono i piloti dell’autobus caduto?

Facendole passare l’errore del T9, divertente ma poco rilevante, ciò che conta è che ancora una volta emerge quella classe politica pronta, anche in casi come questi, ad indossare lo scudo dell’indecenza e cattivo gusto per scopi propagandistici. Perché se per puro caso, facendo un’indagine approfondita sull’albero genealogico dei piloti si fossero riscontrate origini “sospette”, allora si sarebbe trattato di un attacco terroristico da parte dell’ISIS. Ma quando “la signora” viene a sapere che il co-pilota era tedesco, si corregge: “I tedeschi fanno a noi la morale, poi mettono pazzi alla guida di aerei.

Come se, ancora una volta, ai limiti del patetico, non aspettassimo altro che un passo falso da parte della tanto temuta Germania, per riversare tutto il rancore come se si trattasse di questioni di spread e fosse giunta l’ora di vendicarci della nostra ormai risaputa sudditanza economica entro la cornice Europa. Un po’ come quando sistematicamente li battiamo sui campi di calcio, senza capire che il pallone non è la moneta, che questa è un’altra storia.

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E poi infine ci si è messo anche Beppe Grillo, con il fotomontaggio che ritrae la faccia di Matteo Renzi alla guida di un aereo mentre si scatta un selfie, con la didascalia: Un uomo solo al comando, parlando di una macabra analogia tra Renzi e Lubitz, che come quest’ultimo avrebbe in mente di distruggere l’Italia.

Ed è alla luce di tutto questo che mi viene da pensare che la domanda non è di chi ci chiede il perché ce ne andiamo, ma deve essere la nostra: “Perchè dobbiamo restare?

Il Nuovo si stringe al dolore delle famiglie delle vittime. Anche se, forse, sarebbe opportuno porgere loro anche le nostre scuse.

A martedí prossimo. E come sempre, ricordate il solito appuntamento su RadioStreet Messina,  portale di informazione con numerosi ospiti sparsi per il Mondo, ogni mercoledì dalle 18 alle 19,30 italiane, alla frequenza 103.3 o anche in streaming.

Antonia Di Lorenzo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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