Pink Up – Donne e Mafia: tra scelta di vita e vita non scelta

Quando Tommaso Buscetta nel 1984 dichiarò: non dire mai niente a Cosa Nostra delle donne, è una delle regole, un mafioso potrebbe essere punito con la morte se si lasciasse sfuggire con la moglie anche una sola parola sull’organizzazione”, si lasciò dietro, in realtà, l’immagine di una mafia antica, che escludeva l’integrazione della donna dall’organizzazione criminale, relegandola alla peculiare funzione di istruttrice di nuovi infanti mafiosi.donne-mafia1 Più il pentitismo e il desiderio di indipendenza avanzarono insieme al crescere di interessi più economici e meno tradizionali, più la configurazione delle associazioni mafiose perse la sua connotazione maschilista e patriarcale, diventando più femminile.

Nel terreno siciliano di Cosa Nostra la donna di mafia era principalmente colei che non poteva essere “fedele” all’organizzazione, poiché prima e sopra ogni cosa doveva esserlo al marito e poi al mondo che lo circondava. La moglie rappresentava l’anello di congiunzione tra clan ­diversi, la portatrice di esempi di assoluto onore e rispetto verso il marito, la madre di quei figli che dovevano essere accuditi e cresciuti con l’esempio eroico del padre, nutrendoli di ignoranza e fanatismo.

Come fece Ninetta Bagarella, tra le prime donne di mafia, maestrina di Corleone, personificò la compagna ideale per il perfetto mafioso. Al servizio del marito in ogni dove, educatrice diretta dei suoi figli, amministratrice imperturbabile degli affari di casa, mai pentita, senza pensieri o parole di troppo.

L’emancipazione e il progresso delle epoche più recenti hanno dato vita a nuove strutture organizzative nelle quali la donna è attiva e protagonista, una vera sorella d’omertà, come si dice nella ‘ndrangheta. Rimpiazzano mariti e fratelli in carcere, vendicano partners e figli uccisi dai rivali, vogliono autonomia economica per mantenere certi agi. Come accadeva già negli anni ’60 e ‘70, in cui le donne erano portantine della droga che tenevano in stretti corpetti fino in America e una volta giunte, ricevevano in premio ingenti somme di denaro e vacanze di lusso.

Per molte di costoro, oggi, la partecipazione è diventata una riscossa emancipatrice “femminista”. Emettere ordini, commissionare crimini ed estorsioni e non essere più solo educatrici e mezzi di scambio di informazioni, le hanno rese potenti. Eppure nelle nuove donne di mafia non c’è nulla di femminile, con i loro atteggiamenti duri e crudeli, sono “femmine” evolutesi in “maschi” dominatori. Ilenia Bellocco (Principessa Velenia), Nunzia Graviano (la Picciridda), Angela Ferraro, rispondono a questi requisiti e percorsi, asservite ad un giogo familiare e mentale ormai indissolubile.sfondo-940x380

Carmela Iuculano, Giusy Vitale, Serafina Battaglia, Rita Atria, e tante altre rispondono invece alle immagini di quelle pentite o ribelli Donne dell’Antimafia. Chi per riscattarsi da una vita di soprusi, violenze ed oppressioni, chi per vendetta, chi per evitare la sodomia della propria famiglia mafiosa, ha scelto la strada della verità. Memorabile tra tutte, la storia di Rita Atria, appena 17enne, dopo la morte del padre e dopo aver raccolto le più private informazioni del mondo criminale familiare, iniziò la sua angosciosa strada di giustizia a fianco di Paolo Borsellino, che la supportò proprio come fosse una figlia. Le sue speranze da adolescente, la sua voglia di lottare, si arrestarono inesorabilmente con il suo suicidio (o omicidio?), seguito alla morte del giudice Borsellino. Le sue parole forti, ma sconfortanti, ne preannunciavano il cedimento: “prima di combattere la mafia devi farti un auto – esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”.

Poi ci sono le persone comuni che mai nella vita avrebbero pensato di essere coinvolte dalla mafia, come Barbara Rizzo madre innocente di Giuseppe e Salvatore d’Asta, vittime di un’autobomba destinata invece al magistrato Carlo Palermo, il 2 Aprile 1985. Strage, questa di Pizzolungo, vessillo di un elenco infinito che, ogni 21 Marzo, viene ricordato dall’associazione antimafia, Libera.

mafia-silenzioConoscendo tutto ciò, vien da chiedersi come sia possibile che anche le donne si invischino in questo mondo sconsacrato, violento e insidioso. Non c’è razionalità (ma forse solo desiderio di vile denaro) nel pensare di rivendicare la propria forza e preminenza al caro costo di svestirsi dei panni femminili in favore di quelli di un uomo! Anzi, proprio perché alle donne di mafia è toccato farsi portavoci della cultura mafiosa, le stesse dovrebbero riscattarsi, trasmettendo valori e principi più sani e materni, come guardiane di una vera moralità civile.

La speranza perché le cose cambino è sempre la stessa: Io Parlo, Io Vedo, Io Sento.

Carmen de Marco

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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