#QuiLondra – Otto tradizioni natalizie da spiegare ad un inglese

Di questi tempi, la risposta che suona più complicata da dare è quella negativa alla domanda: “A Natale vieni in Italia?”

natale-a-Londra-PhoneForse più ingombrante di quella all’interrogativo su quali siano i nostri piani a Capodanno, che ci lascia con uno sguardo vitreo di fronte quello di chi la pronuncia, poco consapevole del peso che sta per gettare su di noi, più dei peperoni imbottiti a cena.

Perché si sa, anche i blocchi di cemento nel periodo natalizio sembrano impregnarsi della magica atmosfera natalizia in una città come la capitale britannica. Quelli che non sempre ci permettono di andare.

Gli stessi in grado di farci sentire la mancanza persino delle tradizioni che avevamo imparato a detestare. Perché, in fondo, è vero ciò che si dice in giro: che impareremo a dar valore alle cose soltanto quando non ci apparterranno più. E cominceremo a chiamarla crescita, condividendone tutti gli aspetti, il primo fra tutti rendere ricordi quello che non si può portare con sé.

Così ho pensato ad un modo originale per spiegare ad un inglese il nostro concetto del Natale. Cosa siamo disposti a perdere pur di restare nella terra del Fish&Chips.

I soldi dei nonni. Come in ogni festività che si rispetti, i nonni “ti danno i soldi così puoi comprarti quello che vuoi tu”. Così rinunci a quella banconota che avrebbe potuto risanare le tue tasche dopo lo shopping natalizio.

La nonna che vince alla tombola. È uno dei misteri del Natale: tua nonna che in silenzio copre una fila di numeri con un pezzettino di buccia d’arancia o un fagiolo, passando dall’ambo, al terno, alla quaterna, la cinquina, sino alla tombola, riprendendosi tutte le monete offerte ai nipoti per spronarli ad unirsi al gioco.

Tua madre che ti costringe ad andare a messa perché è nato Gesù. Ho scoperto per caso che in occasione di un lieto evento qualcuno in Inghilterra è solito festeggiare invitando tutti al pub. Cosí, per cambiare modalità di festeggiamento. Una valida alternativa alla celebrazione religiosa, forse. Qui maggiori informazioni sulla tematica.

Il maglione che inneggia al Natale è da sfigati. L’unico aspetto positivo del trascorrere il periodo natalizio in terra d’Albione sarà andare in giro travestito da renna e passare inosservati. In compenso, non indossare biancheria intima rossa a Capodanno sarà una causa più che ragionevole delle vostre disgrazie nel nuovo anno.

640-Bridget-jones-1Il cenone. Già il fatto che il termine finisca in “one”, preannuncia un qualcosa di spietato, che semina vittime in ogni angolo della stanza e da cui non puoi sfuggire.

Il cenone è “one” perché generalmente si parte da un numero di commensali pari alla quindicina – se si appartiene ad una famiglia poco numerosa – sino ad arrivare ad un numero indefinito.

Si chiama “one” perché cominci a preparare le pietanze con qualche giorno d’anticipo e a racimolare sedie per far sedere tutti con un mese d’anticipo. Nella peggiore delle ipotesi adibisci a sedie mobiletti scalfiti in legno che spetteranno sempre a chi arriva per ultimo: le donne ai fornelli.

Si chiama “one” per la durata, per la lunga lista delle pietanze e per il profumo di frittura che impregnerà i muri dell’abitazione in cui questo scempio verrà consumato.

Si chiama “one” perché non potrai, timidamente, dire di no. Nemmeno alla frutta secca a fine pasto, che ti farà sentire come chi per quindici giorni dovrà mettersi l’anima in pace: la palestra si ricomincia a gennaio.

Complicato spiegare una tale dittatura a chi, oltre a non celebrare la vigilia di Natale, il giorno seguente apre il pranzo con il solito tacchino ripieno, così come mia madre rifilava il minestrone di lunedí.

Il pranzo di Natale. Esattamente dopo dodici ore si ricomincia da capo. Le caratteristiche saranno le medesime, le portate differenti, e le tue risposte non potranno contemplare mai un no secco.

La pizza con la scarola. Tipica pietanza, di origine partenopea, per mantenersi “leggeri” per il pranzo, prima del cenone. Un timido tentativo di rifocillarsi prima della battaglia che, dopo solo qualche ora, dovremmo affrontare con intrepido coraggio.

La bomba. Questa é un’usanza tribale nota soprattutto al Sud Italia, ed in particolare nell’ambiente partenopeo. Un baluardo intoccabile che pone le fondamenta della celebrazione dell’ultimo dell’anno. Parlare di bombe in questo periodo storico potrebbe essere rischioso.

Ma qualcuno potrebbe contraddire chi sostiene che noi di armi adatte nel caso in cui ci bombardassero non ne abbiamo. Ne disponiamo, seppure differenti nella modalità di utilizzo.

La si aspetta come le lenticchie ed il cotechino allo scoccare della mezzanotte, per giudicare se il rumore emesso sia più o meno potente di quella realizzata l’anno precedente. Ed assume nomi differenti, a seconda di quale sia stato il personaggio più illustre dell’anno. Si è partiti con la bomba di Maradona, per poi arrivare alla bomba Cavani, Pipita e Babà.

Fermento in attesa di conoscere quale sarà il prossimo, ma non facciamolo sapere ai terroristi.

Noi de Il Nuovo vi auguriamo di trascorrere un buon Natale, ovunque vi troviate.

Ci rivediamo a gennaio con la rubrica #QuiLondra di martedí.

Intanto, potete seguirmi anche qui.

Antonia Di Lorenzo

autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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