#QuiLondra – Il Regno Unito fuori dall’Ue: il grande bluff

Sembra la trama di una soap opera in cui i due coniugi, Mrs Europa e Mr Cameron, sull’orlo di una crisi che lascerebbe intendere un divorzio imminente, sarebbero in balia del classico colpo di scena che potrebbe segnare il primo passo verso un riavvicinamento, o forse no.

CaPm98kWYAEJ45i.pngQualche giorno fa infatti il premier David Cameron ha portato a casa quella che in molti hanno definito solo una vittoria di Pirro, dopo aver redatto
un nuovo accordo con il Presidente del Consiglio dell’Unione Europea Donald Tusk, a seguito di un incontro durato più del previsto per una mancanza di accordo tra le due parti in prima istanza, che se accolto dagli altri suoi colleghi di governo e dai 28 Stati membri dell’Unione, lascerà le sorti della permanenza o meno del Regno Unito in Europa agli elettori britannici, che potrebbero essere chiamati ad un referendum prima del 2017, se Cameron riuscirà a chiudere rapidamente le trattative con Bruxelles, già nel prossimo giugno.
Ma a giudicare dai titoli dei giornali britannici, non sarà semplice per Cameron convincere i parlamentari, dovendo affrontare da una parte i favorevoli all’uscita dall’Unione Europea ed il sindaco di Londra Boris Johnson che gli chiedono di fare di più, e dall’altra le perplessità dell’opposizione. Infatti, rese pubbliche le proposte dell’accordo, le prime reazioni sono state negative, tanto che la parola più usata dai tabloid è “joke” (barzelletta), mentre il Daily Mail pone come titolone in prima pagina “The great illusion” (La grande illusione), o il Sun “Who do you think you are kidding Mr Cameron?” (Chi pensi di prendere in giro Cameron? – essendo stato accusato di essersi preso gioco del popolo britannico cedendo a tutte le richieste iniziali sul tema immigrazione per siglare un nuovo accordo con l’Unione Europea). Nonostante i giornali tradizionali, come il Telegraph, abbiano scelto una linea editoriale meno veemente, lasciano comunque trasparire delle perplessità sulla questione.

Stupisce che l’accordo proposto rappresenti un passo in avanti minimo rispetto le proposte  iniziali e l’approccio che, secondo il Times, Cameron ha avuto nel corso delle negoziazioni, facendo di lui quasi un “supplicante”.

La lettera, firmata da Cameron, spiega in quattro punti le riforme proposte.
Il primo riguarda l’economia. Il Regno Unito chiede l’esclusione dalle misure adottate nei Paesi dell’Eurozona, ma chiede il rispetto per l’integrità del mercato unico e la sussistenza di principi legalmente vincolanti per salvaguardare gli interessi degli Stati membri che non adottano l’euro. Ossia, riconoscere che l’Ue ha più di una moneta; che non ci devono essere discriminazioni o svantaggi per le imprese dell’Unione a prescindere dalla moneta adottata; protezione dell’integrità del mercato unico; che i contribuenti dei Paesi che non usano l’euro come moneta non debbano contribuire a livello finanziario al sostegno dell’Eurozona; e che la supervisione finanziaria continui ad essere competenza di istituzioni nazionali come la Banca di Inghilterra, almeno per i Paesi membri che non adottano la moneta unica.

Il secondo riguarda la competitività. Il Regno Unito chiede che la Commissione Europea si concentri sulla crescita economica ed elimini leggi non necessarie. Intanto da Londra arriva la proposta di promuovere una nuova strategia commerciale che prevede accordi con gli Stati Uniti, la Cina ed il Giappone.

Il terzo riguarda la sovranità nazionale. Rafforzare il ruolo dei parlamentari nazionali, varando un nuovo accordo secondo il quale sia possibile far valere il proprio “no” quando gli interessi del Regno Unito siano danneggiati da scelte comunitarie, chiedendo altresì autonomia decisionale su questioni etiche, di giustizia e sicurezza.

Il quarto riguarda l’immigrazione. Questo è il punto più spinoso tra le proposte della riforma. Cameron chiede controlli sugli arrivi, nuove regole per l’ingresso, sanzioni per chi ha commesso frodi o matrimoni di convenienza, rimpatriare chi ha commesso reati entro il territorio britannico.

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Nella bozza della riforma si considera la sospensione dei benefit per i lavoratori regolarmente assunti sul territorio britannico (si parla di una durata di quattro anni, nonostante Cameron avesse lasciato intendere per il tempo necessario a normalizzare i flussi migratori), ed in caso di approvazione del Consiglio, la misura sarà immediatamente operativa. Tale passaggio sembrerebbe equivoco, in quanto in un punto ci sarebbe il riferimento a tutti i cittadini dell’Ue che accedono al mercato del lavoro, britannici inclusi, in un altro la misura sarebbe limitata agli immigrati comunitari. Un passaggio che dovrà essere chiarito nelle prossime settimane, nonostante da Londra arrivi la conferma che la misura si riferirebbe esclusivamente ai cittadini degli Stati non membri dell’Ue.

Ue e Commissione chiariscono che il diritto alla libertà di circolazione dei lavoratori può essere limitato purché in misura proporzionata all’obiettivo legittimo: ragioni di interesse pubblico, ridurre la disoccupazione, protezione di lavoratori vulnerabili, eliminare il rischio di compromettere i sistemi di sicurezza sociale di un paese. E purché non ci siano discriminazioni su basi nazionali, possono essere imposte condizioni a certi benefit sociali (sostegno del reddito, casa, e così va) “per assicurare che esiste grado reale ed effettivo di connessione tra la persona e il mercato del lavoro e lo Stato che lo ospita”.

Al momento, l’Ue ha annunciato che una tale situazione eccezionale esiste ad oggi in Regno Unito.

01_03010827_f12190_2670389a.jpgMa al Premier Cameron toccherà un braccio di ferro proprio con i Paesi dell’Europa centro-orientale, in quanto limitare i benefit ai cittadini comunitari che lavorano nel Regno Unito significa, di fatto, tagliare i redditi di polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, ma anche bulgari e romeni, che rappresentano la massa critica dell’immigrazione intra-Ue in Gran Bretagna. Senza di loro sarebbe allarmante la riduzione di lavoratori manuali in un Paese che ha delegato a questi ultimi i mestieri artigianali. Mentre Londra obietta di essere stata a lungo troppo generosa nei confronti di chiunque arrivi senza ancora contribuire al sistema, gli oppositori, dal canto loro, affermano che impedire l’accesso al welfare potrebbe configurarsi come una forzatura ai principi di equità prima ancora che alla libertà di circolazione dei cittadini.

Una reazione in parte negativa arriva anche dalla vicina Irlanda, in quanto se il Regno Unito lasciasse il mercato comune questa ne uscirebbe fortemente danneggiata, particolarmente nei settori dell’energia e del commercio.

Vedremo nei prossimi giorni se Cameron riuscirà a raccogliere il consenso attorno a questa proposta o se invece dovrà tornare a Bruxelles a chiedere ulteriori concessioni. Entro il 18 febbraio si dovrebbe giungere ad un testo di accordo condiviso da entrambe le parti.

Ma è opportuno ricordare come una ricerca effettuata dall’Università degli studi di Milano in collaborazione con l’University College di Londra ha rivelato che il flusso di migranti si sposterebbe verso il territorio britannico per motivi di impiego e rispetto ai nativi vanta tassi di partecipazione al lavoro più alti, contribuendo tra il 2000 ed il 2011 al bilancio pubblico versando tasse pari a 20 miliardi di sterline. Il flusso migratorio garantirebbe alle casse dello Stato britannico poco più di 25 miliardi di sterline, di questi quindici apparterrebbero ai migranti comunitari.

Con questi dati alla mano il braccio di ferro, non solo con i 28 Stati membri, ma altresì con i parlamentari britannici, sembrerebbe scontato, così come forse legittima la domanda da rivolgergli: Who do you think you are kidding Mr Cameron?

La rubrica #QuiLondra torna tra due martedí.

Intanto potete seguirmi anche qui.

Antonia Di Lorenzo

autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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