#QuiLondra – Gran Bretagna dentro o fuori l’Ue: Habemus referendum

La data tanto attesa è stata finalmente resa nota: 23 giugno 2016.

EU leaders meet amid hopes of an agreement with Britain on reformsIl giorno in cui il popolo britannico sarà chiamato a decidere se restare o meno entro i confini dell’Unione Europea.

Ma se fino a qualche mese fa ci si aspettava di vedere un David Cameron fermo sulle sue convinzioni circa il destino del Regno Unito in Europa e ben disposto a volerne l’uscita, oggi dichiara che lasciare l’Unione Europea minaccerebbe la sicurezza economica e nazionale del Paese.

Così, all’indomani di una riunione straordinaria del governo svoltasi dopo l’accordo di Bruxelles che ha riconosciuto al Regno Unito uno status speciale della Gran Bretagna in Europa (clicca qui per maggiori info), lo slogan che il Premier britannico ha scelto di portare avanti per i prossimi mesi è chiaro: alla fine, in Europa si sta meglio.

Intanto il suo governo si spacca, tra cinque ministri (tra cui il Ministro di Giustizia ed amico personale di Cameron Michael Gove) ed un sottosegretario che intendono votare contro la Brexit, come anche il partito populista UKIP di Nigel Farage, che ha definito l’accordo siglato con Bruxelles patetico, dichiarando che sebbene il Premier Cameron sostenga la permanenza del Regno Unito in un’Europa così riformata, non ci sarebbe nessun’offerta concreta da parte dell’Unione.

A sostegno della Brexit, invece, il partito laburista, il partito nazionale scozzese di Nicola Sturgeon, la quale ha lasciato intendere che laddove il popolo britannico optasse per l’uscita dall’Europa in Scozia si tornerebbe a votare per l’indipendenza, e la City, il centro finanziario ed economico, che non ha alcun dubbio sui danni che un’eventuale uscita arrecherebbe al Paese.

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Al centro della discussione, come scrive The Indipendent, ci sarebbero dei piani che permetterebbero alla Gran Bretagna e altri paesi europei di pagare solo gli assegni familiari per i figli dei lavoratori migranti al tasso che avrebbero ottenuto nel proprio paese.

La Polonia e la Cecoslovacchia chiedono che questa misura sia introdotta gradualmente entro oltre 16 anni ed applicata soltanto ai nuovi lavoratori. Tuttavia, la Gran Bretagna, con il sostegno dei Paesi Bassi e la Danimarca, ha affermato che l’indicizzazione deve avvenire immediatamente ed includere i figli dei lavoratori già in Gran Bretagna.

Un’altra fonte di controversia sarebbe stata rinvenuta nella durata del freno di emergenza sui sussidi ai lavoratori. Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto che la pausa dovrebbe durare soltanto per un periodo iniziale di due anni – con la possibilità di estenderlo per un massimo di uno o due anni – ma solo se concordato con la maggioranza degli altri membri del consiglio. David Cameron sta spingendo per un freno immediato quinquennale con la possibilità di ulteriori proroghe.

Anche la Francia ha contestato le protezioni concesse dalla Brexit che permetterebbe al governo britannico di impostare regole differenti per la City di Londra rispetto ad altri centri finanziari europei. Perplessità manifestata anche dal Segretario di Stato per gli affari europei presso la Presidenza del primo ministro ceco, Tomas Prouza, che ha dichiarato di non aver visto il Premier Cameron realmente impegnato in colloqui con i leaders degli altri 28 Stati membri.

La speranza cui il Premier britannico potrà aggrapparsi per vincere la sua battaglia è che in molti non baseranno il loro voto sui cambiamenti relativi ai sussidi governativi, ma seguendo una logica più ampia, guardando ad un quadro generale in cui poter chiarire se la Gran Bretagna stia meglio dentro o fuori i confini dell’Unione Europea.

Considerando l’esito dell’ultimo referendum in Scozia, non è assurdo pensare che, in fondo, spesso i referendum risolvono ben poco.

La rubrica #QuiLondra torna tra due martedí.

Intanto potete seguirmi anche qui.

Antonia Di Lorenzo

autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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