#QuiLondra – Una città che ti insegna a costruire case di cemento

Quando sono arrivata a Londra tentavo ostinatamente di ricercare nelle persone dei punti fermi attorno ai quali costruire luoghi di riparo per lenire la mia voglia di casa.

Questo prima di capire, poco dopo, che quella che non era altro che un’isola di soli passanti non si sarebbe tramutata in qualcosa che avrebbe avuto radici robuste e che sarebbe cresciuta man mano, insieme a me.

Londra-consigli-regole-di-comportamento-casette-di-città-colorate.jpgLa paglia non diventa cemento solo per attutire le nostre mancanze. Anche se in un preciso momento della nostra vita ne avremmo invece avuto bisogno.

Cosí si sono chiuse tante porte.

Ho salutato persone credendo fosse un arrivederci per poi non rivederle mai più, cancellandole persino dalla mia mente.

Mi sono sentita come un guerriero che sfidava il tempo, pur cosciente che avrei perso già in partenza.

Fotografavo volti, occhi, circostanze per tenerle vive con me, conservandole in quella cesta che almeno avrebbe consolato la mia immaginazione, mi dicevo. Poi ho rovesciato anche quella sul pavimento, e sono andata avanti. Perchè il bisogno di rivivere il passato evidenzia soltanto le mancanze del presente.

Ed io ho scelto di non averne.

Di riempirlo di tutto ciò che posso palpare con mano.

Di chi può costruire case di cemento tenendomi per mano.

Di chi non mi tiene per mano ma conserva una casa di cemento soltanto per noi, ogni volta che vi faccio ritorno.
Cosí mentre tutti mi parlavano della temporaneità di una vita vissuta tra passanti e di una corsa che non avrebbe mai cristallizzato il tempo, io costruivo una casa in cemento.

Poi, col tempo, quando tutto è sembrato assestarsi e quando sembrava dire che sarebbe stato opportuno gettarsi nella mischia, ho invece fatto il contrario, gettando le basi per un muro di cinta per trattenere tutto lí dentro, in quella casa dalle mura di cemento in cui non avrei fatto entrare nessuno, ammesso che ne valesse veramente la pena.

Mi sono posta al centro e ho piantato i semi per le mie radici.

Come fossi una quercia che non volesse nient’altro attorno che forse avrei potuto calpestare.

12074531_10208210802857430_8915467174941528709_n.jpgE non so come chiamarla.

Se maturare un senso di disaffezione, o se a furia di toccare il cemento si diventa della stessa sostanza, o se ciò che un tempo appariva inevitabile lo fai gradualmente diventare parte di te, anche quando potresti invece non farlo.

Ma sono cosciente dell’effetto che questa città ha sortito su di me a piccole dosi, anche quando ne ero inconsapevole.

So quello che purtroppo o per fortuna ti fa diventare.

So quello che ti offre, ma anche quello che ti toglie.

So che ti forma. Ti fa diventare tondo, quadrato, triangolare o rettangolare. Oppure una linea retta di punti infiniti, che potrebbero cambiare rotta senza mai però tornare indietro. In ogni caso, avrai una forma che nessuno avrà il diritto di toglierti.

Non so se a questo punto sia necessità di sopravvivenza o qualcosa in realtà di più profondo che avremmo il lusso di conoscere, forse troppo presto.

Che se è vero che il mondo sia una giungla, non è detto che vinca sempre il grande che divora il piccolo.

Che impareremo piuttosto ad essere grandi abbastanza da costruirci un riparo da soli, senza l’aiuto di altri.

Che ci saranno case in cui saremmo sempre i benvenuti, anche a distanza di anni, dove il senso di disaffezione scompare, perchè in fondo non ti è mai appartenuto.

Che se impari ad essere il migliore amico di te stesso, nessuno riuscirà mai a sminuire la tua personalità nè a divorarti.

Perchè sei grande, e conta solo che lo sappia tu.

Noi ci rivediamo tra due martedì.

Intanto potete seguirmi anche qui.

Antonia Di Lorenzo

autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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