#QuiLondra – Il giorno dopo la Brexit

È stata una settimana di grande tensione. Cosa succederà veramente, ci chiedevamo tutti, mentre si diceva che l’ipotesi che il Regno Unito avrebbe abbandonato mamma-Europa non era poi una chimera, ma una possibilità concreta, nonostante per mesi chiunque ti aveva rassicurato: non potrà mai accadere, hanno bisogno di noi.
brexit-620x350.jpgMa si sa, con gli inglesi non è mai dato niente per scontato. Cosí il giorno del referendum ci siamo svegliati fingendo che fosse una giornata qualunque. Abbiamo fatto colazione al volo, corso verso la stazione della metropolitana, timbrato la oyster, varcato la porta del nostro posto di lavoro, andati in pausa pranzo non prendendoci, pure quel giorno, tutto il tempo che ci sarebbe concesso, abbiamo lasciato il posto di lavoro dieci, quindici, trenta minuti più tardi della fine del turno, siamo tornati verso casa come sardine in scatola, e poi abbiamo dovuto aspettare.
Che loro decidessero il futuro del proprio Paese. Quello dove esistiamo anche noi e non è possibile ignorarci, perchè siamo tanti, troppi, milioni.

Per questo la mattina del venerdì al suono della sveglia non lo credevamo possibile: per il 52% della popolazione in futuro non potremmo più chiamare casa nostra ‘Europa’.

Così, ho guardato la persona che era accanto a me, spagnolo, ho immaginato le persone che vivono al primo piano della mia palazzina, croati, e quelli che vivono al secondo, italiani. Rispettivamente un ingegnere, addetti alla security notturna, muratori, un medico, uno chef.
Ho pensato al mio proprietario di casa, del Montenegro.
Ed ho pensato ai miei vicini. Qualche inglese, moltissimi polacchi. Alla mia estetista alla fine della strada, una mamma italiana. Al mio pescivendolo di fiducia, un filippino. Al ragazzo che mi sorride sempre alla cassa, un ungherese.

E sono andata indietro nel tempo, quando sono arrivata in terra d’Albione con la mia valigia rossa che qualcuno mi aveva detto di non riempire troppo, per riempirla di aspettative, sogni, esperienze, ma io avevo troppi vestiti da portare con me. Non avevo sogni, nè aspettative a quel tempo, solo tanta voglia di imparare, di fare esperienza, in quella terra che mi avrebbe concesso di farlo.
Così sono entrata in una casa per dodici, dove il proprietario era brasiliano, la mia compagna di stanza portoghese, poi spagnola, infine francese. Gli altri coabitanti cambiavano molto spesso. Italiani, messicani, spagnoli, portoghesi, cecoslovacchi, polacchi. Poi sono andata a vivere in un’altra casa, in cui l’unica italiana ero io, gli altri cinque tutti spagnoli.

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Ho cambiato tanti lavori prima di trovare quello giusto. Pochi inglesi, che in realtà non mai conosciuto abbastanza. Perchè in pausa pranzo con me c’era sempre l’italiano, lo spagnolo, il ragazzo dello Sri Lanka, l’indiana, la greca, la slovacca.

Qualcuno dice che l’Unione Europea ha fallito.
Qualcuno avanza ipotesi su quanto la multiculturalità ad un certo punto diventi un fardello troppo pesante da poter sostenere.
Lo fa seduto in poltrona, senza mai essersi staccato dal suo habitat naturale, alla ricerca di qualcosa di nuovo, per capire se effettivamente è come sembra o è realmente qualcos’altro, vivendola.

Ma senza di loro la mia casa dove vivo attualmente e tutte le precedenti non sarebbero mai esistite. Così come i luoghi in cui ho lavorato. Così come le persone con cui ho condiviso ogni mio passo, sino a volerle bene. Così come la mia vita, in una casa per dodici, per sei o per due.

Si dice sempre che questa generazione sia meno fortunata di quella precedente, ma chi lo sa quanto ancora meno lo sarà quella futura.
Perché a furia di lamentarci del nostro coinquilino straniero che lascia per giorni i piatti sporchi nel lavabo, che nasconde i rotoli di carta igienica come fosse una dichiarazione di guerra e la puzza di ciò che ha bruciato in cucina, abbiamo imparato una cosa importante, che soltanto un Regno unito, tra loro e con gli altri, avrebbe in fondo potuto insegnarci.
La multiculturalità è una cosa meravigliosa.
Chi la vive è fortunato, chi la crea il re del mondo. Chi la vive sarà ricco, chi la crea forse di più.

Caro Regno, nonostante tutto, mi voglio fidare ancora una volta di te, come ho sempre fatto, e sono sicura che troverai la soluzione giusta per tutti, anche per noi che oramai siamo tuoi figli adottivi.

Noi ci rivediamo tra due martedì.

Intanto potete seguirmi anche qui.

Antonia Di Lorenzo
autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

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#QuiLondra – Gli eventi da non perdere a Londra tra Giugno e Luglio

Se l’evento più atteso nel mese di giugno in tutto il Regno Unito è stato il novantaseiesimo compleanno della Regina Elisabetta, celebrato l’11 giugno con feste in ogni angolo di strada e con il celebre Trooping the Ccompleanno Regina Elisabettaolour, una spettacolare parata militare che ha attraversato la capitale, Londra ci regala ancora numerosi eventi che si terranno tra i mesi di Giugno e Luglio.

Il Torneo di tennis di Wimbledon. È l’evento che fa impazzire tutto il Regno Unito dal 27 giugno al 10 luglio. Per assistere a qualche scambio sul campo, i biglietti sono acquistabili in prevendita o il giorno stesso.

Taste of London Festival. Dal 15 al 19 giugno, i migliori chef della capitale serviranno i loro piatti offrendo altresì dimostrazioni di cucina a Regent Park per tutti gli appassionati di gastronomia.

Greenwich & Docklands International Festival. Dal 24 giugno al 2 luglio, numerosi spazi pubblici di Greenwich si trasformano in aree in cui artisti provenienti da tutto il mondo propongono spettacoli di danza nonché teatrali.

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Pride Festival. La manifestazione annuale della comunità lesbica, hay, bisessuale e transessuale si terrà quest’anno il 26 giugno affollando le strade della capitale.

Hampton Court Flower Show. Dal 5 al 10 luglio l’Hampton Court Palace Flower Show, l’esposizione floreale annuale più grande al mondo, attirerà quest’anno numerosi appassionati per ammirare i meravigliosi giardini e le vivacissime mostre floreali.

BBC Proms. Per gli appassionati della musica classica, il BBC Proms è l’evento di musica classica più grande al mondo, offrendo al pubblico concerti e recital ogni giorno per un periodo di otto settimane, a partire dal 15 luglio fino al 10 settembre, presso la Royal Albert Hall.

Inoltre per tutto il periodo estivo Buckingham Palace apre al pubblico dando ai visitatori la possibilità di entrare nelle stanze sontuose della dimora reale ed ammirare le mostre appositamente dedicate ai reali inglesi.

Noi ci rivediamo tra due martedì.

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Antonia Di Lorenzo

autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

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#QuiLondra – “Non andrei in metropolitana, meglio prendere l’autobus”

Apostrofata “Lady di Ferro” per via del suo stile, Margaret Thatcher è stata primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, periodo che coincise altresì con la rapida ascesa della produzione petrolifera del Mare del Nord.

Ma in questi giorni tutta la stampa inglese sembra essere focalizzata su di un’altra Lady che nelle ultime ore ha gettato la città di Londra in allerta terrorismo, proprio a cavallo con l’inizio del Ramadan.

PAY-Sally-Jones-kd5D-U4319048761388gmF-593x443@Corriere-Web-Sezioni.jpgSi tratta di Sally Jones, soprannominata Mrs Terror (Lady Terrore), la 45enne originaria del Kent, convertitasi all’Islam radicale e combattente tra file dell’Isis.
La donna, in passato membro di una band rock femminile, ora si fa chiamare Umm Hussain al-Britani, dopo essersi unita nel 2013 allo Stato Islamico in Siria portandosi dietro anche il figlio di quattro anni.

Rimasta vedova di un hacker dell’Isis originario di Birmingham, Junaid Hussain, ucciso in un raid aereo nel 2014, la donna risulta impegnata nel reclutamento di nuovi foreign fighters e negli ultimi giorni ha minacciato attacchi terroristici in Regno Unito, menzionando esplicitamente le città di Londra e Glasgow, dal suo account twitter.

“You all scare so easily… it only takes a few tweets, because you are pathetic England” (Vi spaventate facilmente, bastano pochi tweets, perchè Inghilterra tu sei patetica);

“But b4 I go, I just wanna say… have a nice summer” (Ma prima che vada, vorrei solo dire… buona estate);

“To be honest I wouldn’t go into Central London through June… or even July well to be honest I wouldn’t go there at all especially by Tube” (Onestamente non andrei al centro di Londra a Giugno…o anche a Luglio, ad essere onesta non ci andrei per niente specialmente con la metropolitana);

“Don’all panic…it might be better to take the bus” (Non entrate nel panico, potrebbe essere meglio prendere l’autobus);

“England BOOM :)” (Inghilterra BOOM).

Questi sono solo alcuni dei tweets prima che il suo account fosse bloccato.

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È facile pensare che si possa trattare di affermazioni deliranti di una fanatica in cerca di attenzioni. Ma la conferma che invece possa trattarsi di una seria minaccia arriva anche dall’ipotesi avallata da Michael Smith, esperto statunitense di terrorismo, secondo cui Sally Jones starebbe addestrando le donne per poter compiere attacchi terroristici in Europa – il ruolo sempre più centrale delle donne nell’organizzazione terroristica è stato sottolineato anche in una relazione dei servizi segreti italiani prima e di quelli spagnoli poi, come riportato da Il Corriere della Sera. Infatti, sembrerebbe che i documenti ufficiali dello Stato Islamico abbiano recentemente confermato la possibilità che anche le donne possano essere addestrate come kamikaze, “privilegio” che un tempo era riservato ai soli uomini.

Lady Terrore aveva già in passato manifestato la sua volontà di ritornare in Inghilterra e di voler scegliere la strada del martirio emulando le vedove cecene. Infatti, ancora scrive “I know what I’m doing. Paradise has a price and I hope this will be the price for Paradise” – So quello che sto facendo. Il Paradiso ha un prezzo e spero che questo sarà il prezzo da pagare per il Paradiso.

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In risposta alle minacce è giunto prontamente l’intervento del neo-sindaco di Londra Sadiq Khan, il quale ha chiesto a Lord Harris, capo della Metropolitan Police, di condurre un’indagine per verificare l’effettività delle misure di sicurezza della capitale a fronte di un imminente attacco terroristico, il cui resoconto dovrà essere consegnato entro l’estate.

Il fine dell’indagine è quello di capire come la città sarebbe in grado di reagire in caso di attacchi simultanei. Nonostante sembrerebbe si sia in grado di fronteggiare fino a dieci attacchi terroristici simultanei, l’allerta che incombe sulla capitale resta alta ed alimenta un clima di forte tensione.

Appena 24 ore dopo le minacce rese via Twitter da Sally Jones, due elicotteri anti-terrorismo sono stati avvistati nei cieli del pieno centro della capitale la mattina del 26 maggio. Non è chiaro se si sia trattato di un atto dimostrativo messo sù deliberatamente o invece praticato in vista di una minaccia imminente.

Noi ci rivediamo tra due martedì.

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Antonia Di Lorenzo

autrice di Quando torni? – un romanzo sugli italiani in Regno Unito

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#QuiLondra – Siamo state tutte Nicola Thorp almeno una volta nella vita

È notizia di qualche giorno fa l’avvio di una petizione volta a sensibilizzare l’opinione pubblica e a richiedere l’abolizione in Regno Unito di una legge che prevede che un’azienda possa imporre un rigido dress code ai suoi dipendenti. SUNNEWS_SWNS_HIGH__2857517a.jpg
Nulla in contrario ad una legge che prevederebbe semplicemente un abbigliamento consono al proprio luogo di lavoro, se non fosse che il tutto sia cominciato proprio dalla denuncia sui social di Nicola Thorp, un’impiegata di 27 anni, assunta come addetta alla ricezione nella sede londinese dalla PwC, la grande società di revisione e consulenza fiscale presente in 157 Paesi del mondo (Italia compresa) con oltre 200 mila dipendenti ed un fatturato di 35 miliardi di dollari.

Presentatasi con le scarpe basse le è stato detto che avrebbe dovuto indossare un paio di calzature con tacco di almeno 5-10 centimetri. Prendendosi gioco di lei che chiedeva se anche ai suoi colleghi maschi fosse imposto lo stesso trattamento, e rifiutandosi di sottostare a quella clausola prevista dal dress code dell’azienda, è stata sospesa senza paga.

Cosí l’hashtag #NoHighHeels è diventato virale così come la sua storia che ha smosso le coscienze di molte donne che versano nella stessa condizione.

Non so se Nicola Thorp possa essere definita la paladina dei diritti di noi donne, o se in fondo faccia soltanto da interlocutrice perché, anche se attraverso aneddoti differenti, racconta la storia di tutte, indipendentemente da un tacco dodici. O una che magari avrebbe potuto semplicemente pensarci prima di accettare e che poi ha sfruttato l’occasione a proprio vantaggio.

Sta di fatto che mi ha fatto venire in mente un paio di cose.

Che mentre ho iniziato una campagna contro le infradito che gli inglesi con spavalderia sfoggiano all’avvistamento del primo raggio ultravioletto, qualcun altro avvia una petizione contro l’imposizione dei tacchi in ambienti lavorativi. La prima questione mi sembrerebbe drammatica quasi quanto la seconda.

471-800.jpgChe anche l’attuale azienda per cui lavoro ci impone un dress code, molto più blando, che esclude dal nostro abbigliamento giornaliero soltanto jeans e scarpe da tennis, lasciando spazio ad un’immaginazione che non ha confini: ballerine con calzini (bianchi), bermuda nonostante una temperatura esterna di dieci gradi centigradi, infradito non appena spunti un timido raggio di sole tra le nuvole (appunto), calzini di spugna all’altezza del ginocchio e scarpe da sposa per allargarle passeggiando tra i corridoi dell’ufficio e renderle più comode nel giorno del fatidico sì. Vi giuro, ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Poi dovete essere anche voi a dirmi come devo vestirmi io.

Poi mi sono ricordata che anche a me una volta è capitato. Era la mia prima esperienza lavorativa a Londra, in un ristorante che di legale non aveva proprio nulla, a partire dal menù, passando per la paga settimanale a meno del minimo sindacale imposto per legge. Ma l’entusiasmo dei primi tempi e l’inesperienza, trovandomi in una città dove la prima cosa che apprendi è che devi buttarti a fare tutto quello che trovi se vuoi almeno rimanere a galla, rendevano tutto il resto soltanto un dettaglio. Uno di quelli che adesso, con un pizzico di esperienza in più, non perdonerei mai, a chi lo impone, ma soprattutto a me stessa.

Cosí, il mio secondo giorno di lavoro, nonostante le titubanze, mi recai in quel ristorante poco distante da casa, per cominciare il mio turno lavorativo dietro un bancone in cui spesso dovevo alzare le punte per essere visibile alla clientela.
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#QuiLondra – Luca Fiore: da Vicenza al “basking” nella metropolitana di Londra

Sono i nostri compagni di viaggio. Coloro che ci accompagnano nella nostra corsa giornaliera che comincia sin dalle scale mobili della metropolitana. Quelli che accompagnano con il suono di diverse melodie il rumore dei nostri passi. Quelli che nella calca della metropolitana ci fanno sentire meno soli, quasi parte di un qualcosa.

Sono i musicisti che affollano le strade e le metropolitane di Londra, tra i protagonisti di una realtà cosmopolita come questa, colorandola di tinte nuove, spesso sconosciute.

Luca Fiore.jpgAbbiamo incontrato uno di loro, un chitarrista vicentino, Luca Fiorentino, in arte Luca Fiore, vincitore nel settembre 2015 del concorso Gigs2015 indetto dal Comune di Londra per giovani musicisti nella categoria Solisti & Duetti, ricevendo in premio una metropolitana e scelto come guest artist dalla CandyRat Records, l’etichetta di chitarra acustica più famosa al mondo, per la pubblicazione del suo video Get Up! che dal 19 marzo ha ottenuto più di 15.000 visualizzazioni.

Come mai hai scelto di trasferirti a Londra?

Sono venuto a Londra appena diplomato. Nel settembre del 2012 ho iniziato un’accademia di musica a Londra e mi sono laureato lo scorso giugno. Nel primo anno suonavo con gli studenti dell’accademia, generalmente chitarra acustica o elettrica, poi dal secondo anno, grazie ad una rete di contatti sono riuscito ad esibirmi in vari locali e ho avuto anche un’esperienza su crociere. Adesso è la mia occupazione principale.

Come sei arrivato al concorso Gigs2015?

Era il terzo anno che mi iscrivevo e la prima volta che ne ho sentito parlare è stato grazie ad una pubblicità apparsa su Spotify. Per arrivare in finale devi accumulare voti ed hai due alternative: suonare in strada o fare un video che viene mostrato a dei giudici che decidono se mandarti in finale.

Io ho optato per la seconda e mi hanno scelto tra i cinque finalisti della mia categoria.

Tra l’altro avevo prenotato una vacanza a Tenerife con la mia famiglia, sicuro di non riuscire ad arrivare in finale. Invece sono stato chiamato poco prima per presentarmici il 6 settembre del 2015. Così sono partito dalla Spagna il giorno prima e mi sono diretto al centro commerciale Westfield di Stratford passando per casa per prendere solo la mia chitarra. Così ho suonato, sono piaciuto e ho vinto. Il premio consisteva appunto in una licenza annuale per suonare in metropolitana, così da gennaio ho cominciato a fare basking. Devi prenotarti in tutti i posti in cui c’è il lunotto del basking London per un paio d’ore ed il ricavato è quanto riesci a racimolare dai passanti, per questo è difficile vivere solo di questo. Al momento infatti mi divido tra lo scrivere musica per me, girare video, ed il suonare per altri gruppi o cantanti che mi chiamano.
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Voglio Vivere Così diventa testata giornalistica

Nato nel febbraio 2007 con l’obiettivo di raccontare storie di italiani trasferitisi all’estero in cerca di fortuna o di una qualità di vita migliore, oggi rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per tutti coloro che desiderano ottenere informazioni pratiche sui Paesi esteri, sulle modalità con cui trasferire la propria pensione e su tutto quello che concerne il trasferimento e l’insediamento di una propria attività al di fuori dei confini italiani.

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Nel corso del tempo il sito è cresciuto in maniera esponenziale, raggiungendo i 140 mila followers sulla sua pagina Facebook e 3.200 iscritti al canale YouTube con circa 910 mila visualizzazioni. Per nove anni, Voglio Vivere Così ha saputo raccontare la vita degli italiani all’estero, raccogliendo oltre duemila testimonianze. Dal primo marzo 2016 il sito, letto mediamente da 200mila persone al mese, cambia veste e diventa Voglio Vivere Così Magazine, una testata giornalistica (digitale), per chi sogna di cambiare vita, con tanti nuovi collaboratori e Nicole Cascione come direttore responsabile.

Non solo storie e racconti, ma anche informazioni utili sul lavoro, sulle pratiche burocratiche necessarie per ottenere il visto, sulle opportunità di investimento all’estero e su tutte quelle che possono essere le nozioni indispensabili da conoscere prima di compiere il grande passo.

Ma non solo, interessanti novità ci saranno anche sul fronte Italia, infatti il magazine si pone l’obiettivo di raccontare storie di italiani che sono riusciti a cambiare la propria vita, pur rimanendo nella stessa città. Voglio Vivere Così Magazine, la testata giornalistica per chi sogna di cambiare vita, vi aspetta qui: http://www.voglioviverecosi.com

Contatti: editor@latitudine40.com
Telefono: 335.8392935

#QuiLondra – Gran Bretagna dentro o fuori l’Ue: Habemus referendum

La data tanto attesa è stata finalmente resa nota: 23 giugno 2016.

EU leaders meet amid hopes of an agreement with Britain on reformsIl giorno in cui il popolo britannico sarà chiamato a decidere se restare o meno entro i confini dell’Unione Europea.

Ma se fino a qualche mese fa ci si aspettava di vedere un David Cameron fermo sulle sue convinzioni circa il destino del Regno Unito in Europa e ben disposto a volerne l’uscita, oggi dichiara che lasciare l’Unione Europea minaccerebbe la sicurezza economica e nazionale del Paese.

Così, all’indomani di una riunione straordinaria del governo svoltasi dopo l’accordo di Bruxelles che ha riconosciuto al Regno Unito uno status speciale della Gran Bretagna in Europa (clicca qui per maggiori info), lo slogan che il Premier britannico ha scelto di portare avanti per i prossimi mesi è chiaro: alla fine, in Europa si sta meglio. Leggi il resto dell’articolo

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