Ecco cosa penso della Vara a Messina

Siamo una razza strana noi messinesi. Un incrocio di greci, arabi, normanni, arabi che lavorano sotto dettatura di normanni. Senatori e coniatori di moneta locale, naviganti, scultori, pittori, santi e poeti. Racchiudiamo in noi forse la maggior quantità di culture di tanti altri popoli del sacro siculo suolo.

“Ciò che noi siamo voi sarete” esclamavano i frati cappuccini agli ingressi delle loro catacombe, dove esponevano il frutto della loro arte pagato dallo snobismo dei ricchi signori del tempo. Senza applicare letteralmente ed al contesto la frase, la faccio mia per domandarmi: ma come abbiamo fatto a diventare da quelle cose lì ai buddaci e trash di oggi?
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Si dia il caso che ogni anno ricorra il 15 di agosto e come ormai da secoli, a Messina si tenga la processione della Vara (cronache riportano le origini al 1500, anche se in veste laica, usata per celebrare la vittoria di Carlo V contro Ariadeno Barbarossa a Tunisi). Non può che dirsi la processione più attesa dell’anno per i messinesi. Il contorno di ciò che è (i Giganti e i fuochi d’artificio alla Madonnina), ma soprattutto di ciò che era… (una Fiera Internazionale, il teatro all’aperto a piazza Municipio, le gare automobilistiche, ciclistiche, delle lambrette, i canterini peloritani, etc.) non può lasciare impassibili soprattutto coloro che hanno superato il mezzo secolo e che queste cose le ricordano ancora.

Ultimamente però noto una deriva laicista, in tutti i campi (oggi essere laico fa figo!). Deriva che, ovviamente, non ha risparmiato il messinese medio. Così, da qualche anno a questa parte, sulla piazza di scambio di idee ed opinioni più in voga al momento, sono cominciati ad apparire commenti del tipo “… ma tutti ‘sti soddi, perché non li paga il vescovo?” o anche “…a me non interessa: io preferisco andare al mare a Ferragosto” o ancora “… quando sento parlare di Vara mi viene il voltastomaco”. Per non parlare dei laici puristi del linguaggio e sant’uffizialisti dell’anima (i più divertenti a dire il vero): “… prima bestemmiano alla Madonna e poi tirano la Vara!”.

Cari amici (laici puristi e quell’altra cosa là): Visto che non credete, la bestemmia non è un problema che vi appartiene. Secondariamente, noi non siamo nessuno per giudicare gli altri, nè sul comportamento nè tantomeno sugli intenti.

Per tutti gli altri: Per carità, continuate a pensare ed agire come meglio credete. Ma non vi dice nulla la parola “tradizione”? Una cosa che si tramanda da generazioni, che segna un popolo, lo unisce sotto un unico segno… niente? Ma come: i vostri padri che aspettavano l’agosto messinese con gioia non hanno lasciato traccia nel vostro dna? Zero proprio?

Pazienza, dovrò farmene una ragione. Così come a poco a poco me la sto facendo dei messinesi che disprezzano apertamente la propria città, senza muovere un dito per migliorarla: essi sono stati forse la peggiore causa di degenerazione sociale degli ultimi 30 anni, uniti alla gran parte degli amministratori che hanno votato. L’amore per la propria terra è una cosa che ormai non ci appartiene, se non in rari casi.

Però una cortesia vorrei chiedervela: provate ad iscrivervi sui social in un gruppo di Catania o di Palermo. E dite loro che secondo voi le spese pubbliche per le feste di S. Agata o S. Rosalia sono oscene, proprio per lo sciupio di denaro pubblico. Che i portatori non sono degli stinchi di santo. Che si crea una inutile confusione cittadina.

Poi, ditemi cosa vi rispondono…

Mario Di Giuseppe

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Ecco come è nato Il Nuovo, il blog degli Italians

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…”, cantava Gino Paoli nell’estate del 1991 sul palco del Festivalbar, aggiudicandosi quell’edizione come miglior singolo.

A ventidue anni di distanza da quel giorno, gli amici al bar erano diventati tre: ad altre latitudini e sicuramente con una bevanda diversa al tavolo. Io, Fabrizio Berté e Ciccio Manzo ci incontravamo tutti i pomeriggi in quel bar della zona nord di Messina per programmare qualcosa di nuovo, irriverente per la nostra città: una voce fuori dal coro. Convinti com’eravamo, in quel momento, a restare “intrappolati” nell’informazione locale.image13.jpg

Con entrambi avevo collaborato in differenti avventure, più o meno fortunate, presso testate peloritane. Non programmavamo un sito d’informazione giornalistica: un settore alquanto inflazionato in città. Non un programma televisivo, perché mancavano gli sponsor. Non un programma radiofonico, perché all’epoca non ci si pensava proprio. Optammo per un blog: ‘Il Nuovo – Quello che gli altri non dicono‘.

Libero scambio di ‘Pensieri Sparsi’, per dirla alla Ciccio Manzo. Qualche interessante intervista a personaggi del panorama musicale italiano per Fabrizio. Interviste ai protagonisti della vita politica e sociale messinese, con pezzi di commento, e non solo in ambito locale, da parte mia. Non più di una decina di articoli al mese da pubblicare. E la prima intervista in video da sindaco di Messina, oggi uno dei sindaci più “discussi” d’Italia, grazie a Ciccio Manzo, Renato Accorinti la rilasciò proprio a noi.

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Da sinistra, Alfredo Reni e Hermes Carbone durante la prima diretta di Cosmopolitalians in radio, ad ottobre 2014

Se dopo due anni stiamo ancora qui a parlare de ‘Il Nuovo’, forse qualcosa di buono siamo riusciti a combinarla tutti insieme. Oggi le nostre strade professionali e private si sono separate. Nel mio periodo di studi a Londra, a sei mesi di distanza dall’arrivo on line del blog, ha visto la luce Cosmopolitalians: la rubrica dedicata agli italiani nel mondo che ci ha permesso rintracciare un pubblico molto più vasto proveniente da ogni continente.

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“Un modo diverso per trasferirsi in Australia? Tramite l’università”

Mi chiamo Claudia Arici ed ho 28 anni. Quattro anni fa ho deciso di emigrare in Australia per amore, per avere più opportunità di lavoro e una qualità di vita migliore rispetto all’Italia. Ho lasciato la mia Milano con un biglietto di sola andata e tante speranze nella valigia.

Come i tanti, tantissimi italiani che ormai si trovano quaggiù, sono arrivata down under con il classico visto vacanza lavoro, e sapevo che mi avrebbe aspettato un anno non facile dal punto di vista lavorativo: la clausola dei 6 mesi massimi per un singolo datore di lavoro è sicuramente una spina nel fianco per chi vuole trovare un lavoro che non sia nel mondo della ristorazione! Ma come tutte le persone di buone speranze, sono arrivata fiduciosa, fantasticando che avrei trovato un lavoro decente.

Eppure, nonostante la conoscenza di 3 lingue, le lauree e le esperienze all’estero, dopo centinaia e centinaia di curriculum inviati e application compilate, tutto quello che sono riuscita a trovare sono stati due lavori in bakeries (bar/panetteria/pasticceria), per 6 mesi alla volta e un posto come insegnante di italiano e francese in una scuola privata di lingue per altri 6 mesi.

La University of Sydney è l'università più antica d'Australia

La University of Sydney è l’università più antica d’Australia e oggi conta più di 50.000 studenti

Così, dopo circa un anno e mezzo dal mio arrivo in Australia, stanca e amareggiata dall’assenza di reali possibilità lavorative, soprattutto nel mio campo di studio, ho deciso di tentare la strada della ricerca. Perché se è pur vero che i lavori in ristorazioni mi hanno permesso di vivere e mantenermi, è altrettanto vero che non sono venuta in Australia per fare questo.

Avendo già completato una laurea specialistica in Italia, ho deciso di fare il passo successivo e provare con un dottorato di ricerca. Nel mondo anglosassone questo titolo di studio è molto più ricercato e prestigioso. Il che forse ne spiega il costo: per gli studenti stranieri, un anno di dottorato presso l’University of Sydney costa la bellezza di 33.000$. E il dottorato ne dura almeno 3 di anni! Per fortuna ho vinto una borsa di studio all’University of Sydney che mi ha evitato di sborsare quella cifra enorme… e mi ha permesso di avere anche uno “stipendio” settimanale per le spese quotidiane.

E così 3 anni e mezzo fa ho cominciato il mio dottorato in Giurisprudenza, sul tema dei bambini soldato, un argomento delicato e ambizioso, ma che mi appassiona molto da quando ho affrontato la questione per la tesi di specialistica. Mi appassiona molto l’ambito dei diritti dei minori e spero che questa nuova esperienza di permetta di entrare in quel mondo e fare qualcosa di concreto per garantire un futuro migliore a quanti più bambini possibile.
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La vita da ricercatrice però non si è rivelata tutta rose e fiori: passo le mie giornate da sola, a casa, a leggere e scrivere. Il che può essere davvero alienante, soprattutto considerando che questa sarà la mia vita per 3 anni. Comunque sia, ho la soddisfazione, in poco più di due anni, di essere passata dal preparare il caffè e servire il pane, dallo spazzare per terra e insegnare l’italiano, a fare ricerca in un’ottima Università con un contratto di almeno 3 anni.

Sono ormai 4 anni che chiamo Australia “casa”, e dopo tutto questo tempo il mio bilancio è sicuramente positivo. L’Australia, però, non è il paradiso terrestre. Può diventarlo: è un Paese che offre tantissimo a chi se lo merita, a chi lavora sodo, a chi si adatta, a chi apre la mente e il cuore a tutto quello che questa nazione ha da dare. Ma non regala niente.

Un consiglio a chi pensa di fare un’esperienza in Australia: siate pronti a qualsiasi tipo di lavoro, siate umili e flessibili. Se volete farcela in Australia, un modo lo troverete, ma ricordatevi che non esistono scorciatoie: non siamo in Italia. Un saluto a chi sa reinventarsi.

“Più vivo in Australia più mi sento italiano”

L’Italia non ha più la forma di uno stivale da anni. Si è modificata. Contorta nelle involuzioni della economia classica, straripando il contenuto più giovane in altri territori. Io sono uno dei fuoriusciti. Uno che non è più là e nemmeno tanto “qua”. Un ItAlieno.

Per una strana equazione naturalista più il tacco del Bel Paese si allontana da me e più io divento parte dell’Italia: i modi, i gesti, l’attitudine. Tutto vola per chilometri, senza mai spostarsi. Inizio il mio terzo anno in Australia e sembra sia il mio terzo giorno: sono sempre al punto di partenza. Posso permettermi tutto ora. Vado al cinema una volta alla settimana, faccio yoga regolarmente, vado in piscina, se voglio ceno fuori e posso passare i fine settimana lotano dalla città. Fuori dal mondo.image

Mi piacerebbe raccontarvi che dopo tutto questo tempo in Australia è tutto perfetto. Fortunatamente, non sono uno di quei Cervelli in Fuga ( e qui si sprecheranno le battute brillanti nei commenti; vi ho anticipato, fregati!) della rubrica de Il Fatto dove va tutto bene e tutto è cool all”estero” (una parola sempre più vuota; all’ estero dove?). Io vi racconto la mia esperienza, strettamente personale, scrivendo tremolante una parola che fa paura: cultura. Mi occupo di questo nella vita.

Ecco i 10 luoghi e fatti, tra i tanti, che ho visto e vissuto in Australia:

1. Una mia studentessa universitaria pensa che Emirates sia un aeroplano, non il sostantivo parziale del nome di uno Stato;

2. Una adolescente di Mildura mi ha chiesto se Roma confina con la Grecia. Le ho risposto di si, considerando le distanze australiane, non le ho detto una bugia;

3. ho quasi litigato con due australiani, i quali insistevano che Bali non è in Indonesia. E io: dove è? Loro: Bali è a Bali. Come dargli torto;

4. Il termine “Penisola” tra tutti i miei studenti è sconosciuto. Fino alla mia rivelazione. Mi sento un missionario linguistico ora;

5. Se vuoi fregare qualcuno fallo con i cassieri dei supermercati ma, in genere, con qualunque tizio lavori in un negozio. Hanno dei grossi deficit in matematica;
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Ma quanto è cara l’Australia?

Arrivare in Australia, dopo 13 ore di volo da Dubai, è una esperienza terrificante. Non senti più i muscoli delle gambe, non sai più dove sei e che ora siano. Dovrebbe essere illegale volare per più di 5 ore, non essendo un cavallo, non dormo seduto. L’aereo è uno dei pochi luoghi dove ancora è visibile la distinzione in classi: la business, la prima e la economy.

Non mi sono appisolato nemmeno un’ora. Mi preparo psicologicamente per passare almeno due ore nell’aeroporto, tra ritiro bagagli e controllo del passaporto. Invece, in circa 30 minuti sono fuori, con i bagagli, tutti i bagagli. Le norme di importazione dei prodotti sono molto restrittive qui. Avevo una banana e me l’hanno fatta buttare. E cosa conteneva? E’ una banana! Una banana!

La splendida vista su Sydney, una delle città con più Italians d'Australia

La splendida vista su Sydney, una delle città con più Italians d’Australia

Quando venite da noi, la vegemite ve la faccio ingoiare. Lo skybus, l’autobus che ti porta in città è assai caro: 18$ per una corsa di 20 minuti. Scoprirò in seguito, circa 1 anno dopo, che c’è un’altra corriera, con un tragitto molto più lungo, ma molto più economico: 3,58$. Non la pubblicizzano, ovviamente.

I primi passi da fare qui, per cercare lavoro, sono ottenere il Tax File Number (il codice fiscale) e un conto in banca (non ci sono spese di apertura, gestione e chiusura, mi sembra logico, no?). In 30 minuti ottengo entrambi, semplicemente mostrando il mio passaporto all’impiegato. Il TFN lo riceverò in 48 ore a casa. Non ci credo. Ora non mi resta che cercare un appartamento – costoso, qui non si scappa – e una bicicletta, così si risparmia sui trasporti, costosi.

Sono entrato in un negozio di bici e il commesso, un esperto del settore, fin troppo esperto da annoiarmi a morte quando è sceso nei particolari del tipo di cavalletto che avrei dovuto comprare, ci rimane male quando alla sua domanda “ che tipo di bicicletta vuole?” rispondo: una bici. L’espertone pronuncia il prezzo di quella a buon mercato: 400$. Di quale mercato stiamo parlando? Quello di Wall St.?? Decido di rimandare l’acquisto, chissà, magari le azioni salgono.

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Siamo sicuri che Londra sia così diversa dall’Italia?

Quando ho lasciato l’Italia sapevo che il mio percorso non sarebbe stato facile. Prima in Germania e poi in Inghilterra, ero convinta di lasciarmi indietro quel sistema italico mal organizzato e deludente dal quale tutto, prima o poi, scappano. Mi sbagliavo.

Abito a Londra da due anni e spesso mi riecheggia nella mente la frase ‘tutto il mondo è paese’ che può suonare come un cliché ma non c’è proverbio più veritiero. Nonostante il Regno Unito sia noto per la sua meritocrazia e le sue svariate opportunità, dopo un po’ di tempo che ci vivi ti accorgi che non tutto è proprio cosi impeccabile.

Sorvoliamo la qualità del clima o del cibo, noti ormai a tutti, e parliamo di fattori importanti. Aziende che non pagano, continui traslochi e sanità che, anche se gratuita, non è poi del tutto raccomandabile. Conosco persone che sono dovute tornare in Italia a curarsi a causa della negligenza di medici o di strutture ospedaliere. E’ una lotta continua.10559764_10205688792408745_7878096639352356923_n

Le case? Sembra un terno a lotto. Durante il mio soggiorno londinese ho traslocato ben sei volte. I motivi sono tanti: costo dell’affitto, coinquilini sgraditi, distanza eccessiva dai mezzi di trasporto in case il più delle volte fatiscenti e dove la pulizia è solo un dettaglio. Inoltre, in questo momento, il mercato immobiliare britannico è più attivo che mai. Sono aumentati imprenditori o privati interessati ad investire negli immobili della capitale. Ciò significa maggiori vendite e di conseguenza maggiori sfratti. Io, ad esempio, sono stata sfrattata con solo una settimana di preavviso dal mio proprietario solo perché il nuovo acquirente aveva una certa fretta di inaugurare la sua nuova casa.

E il lavoro? In questo il mercato britannico fortunatamente è molto vario. Da un lato ci sono le grandi multinazionali o aziende con le quali stipuli un regolare contratto e hai la possibilità di assicurarti una carriera ricca di successi con tanto di promozioni. Dall’altro ci sono quelle aziende che a prescindere dalla stipulazione di un contratto ti creano soltanto problemi come ritardi o, addirittura, mancati pagamenti dello stipendio o della malattia. Altre invece ti pagano ma sul conto ti ritrovi una cifra diversa da quella pattuita.

E’ una giungla. In più ci si aggiunge i costi e la frenesia della grande metropoli. Corse forsennate per ‘acciuffare’ la metro e, una volta salita, diamo il via alla trasformazione in sottiletta trattenendo anche il fiato. E si, ‘This is London’, meta sempre più ambita da giovani, professionisti e famiglie che si rifugiano nella capitale londinese in cerca di successo, sogni e felicità. Quanti di loro li troveranno qua?

Juli Piscedda (Freelance journalist, ex blogger di #QuiLondra)

Ho diritto ad essere insoddisfatto del mio lavoro? Eppure vivo a Londra

Quando ho saputo che avrei dovuto scrivere per la rubrica ‘’Pensieri sparsi’’, quasi automaticamente, mi è sorto l’istinto di pescare da quel calderone bollente che è la mia testolina un pensiero che di fatto valga la pena ‘’spargere’’.

Ebbene, ce n’è proprio uno che ho in mente da giorni e che proprio non riesco a mettere da parte. E chi mi conosce sa bene che, quando si tratta di me, tra pensiero e parola è un attimo: è più forte di me, devo parlare.10857845_10202112619455381_8461387704090671994_n

Mi sono trasferito a Londra a gennaio, periodo dell’anno in cui – a quanto pare – è più facile trovare il Santo Graal che un lavoro, persino nel sempreverde business della ristorazione d’Oltremanica.

Fatto sta che il primo di febbraio io sono stato regolarmente assunto in una catena di ristoranti che cucina cibo di provenienza ambigua molto popolare in Inghilterra e nei paesi anglofoni (di cui evito volutamente di fare il nome, ma vi basti sapere che il pollo è l’ingrediente principale di tutti i patti che vengono serviti).

All’inizio tutto un misto di gioia e incredulità: io, proprio io, cresciuto a pane e piccole sfighe quotidiane, sono stato baciato dalla fortuna per una volta nella mia vita.

Manco a dirlo: bacio di Giuda.

Con mia grande sorpresa mi sono trovato davanti a un fallimento preannunciato: c’ho messo poco a rendermi conto che tra me e i polli proprio non c’è feeling. Per un mix di ragioni che non sto qui a spiegare i primi giorni di lavoro sono stati per me un trauma assurdo: ustioni, battibecchi con simpatici manager russi, tagli multipli, mani bruciate e galline carbonizzate. Il tutto accompagnato dal velato disprezzo di chi mi sta attorno e pare non vedere l’ora di farmi fuori.

Pare proprio l’inizio di una trilogia tragicomica: ‘’Cinquanta sfumature di pollo’’.

Ed ecco che cominciano le pippe mentali: ‘’E’ colpa mia, sono un inetto, un incapace, un imbranato cronico senza speranze’’, mi sono detto. Ed ora sono in quella delicatissima fase in cui continuo a ripetermi mi-devo-abituare-mi-devo-solo-abituare. E mentre aspetto di abituarmi il mondo mi sembra un letto di carboni ardenti e io un povero polletto spennato in attesa di essere grigliato.

C’ho provato a non lamentarmi, ma non ce l’ho fatta. Proprio non ce l’ho fatta. Ed ecco che quando provo a dire ‘’Ma forse…sai… non è il migliore lavoro che potessi trovare’’ il mio interlocutore alza la verga e comincia a bastonarmi a colpi di ‘’’Ma comeeeeeeeeeee, sei stato così fortunatoooooo, hai trovato lavoro a febbraio, in una catena, sei messo apposto, ti danno i contributi e bla bla bla’’. Leggi il resto dell’articolo

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